Rilevanza deontologica delle espressioni sconvenienti e offensive, pronunciate in una dimensione privata (e non professionale).



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Nota a CNF, 15 ottobre 2020, n. 190.

di Antonio Zurlo

 

Nel caso di specie, veniva eccepita l’esclusione dalla valutazione disciplinare – deontologica dei comportamenti estranei all’attività professionale.

Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) evidenzia come l’avvocato, in precipua considerazione del proprio ruolo e per la funzione che deve ricoprire e ricopre all’interno del contesto sociale, debba essere punto di riferimento in ogni suo momento della vita quotidiana. In altri termini, l’avvocato ha il dovere di comportarsi in ogni situazione (quindi, anche nella vita privata e non propriamente espletamento dell’attività forense) con la dignità e con il decoro imposti dalla funzione che l’avvocatura svolge nella giurisdizione. Deve sempre ispirare la propria condotta, sia essa di professionista o di privato cittadino, all’osservanza dei doveri di probità, dignità e decoro e su ciò deve essere improntato lo stile di vita.

I delineati principi devono caratterizzare in generale la vita di relazione dell’avvocato, sì da costituire un vero e proprio codice etico.

Sempre in considerazione delle tematiche svolte circa l’etica cui sia tenuto l’avvocato nella propria vita di relazione (sia essa privata o professionale), non è, parimenti, possibile invocare, come esimente, la provocazione altrui o di avere agito in stato d’ira. La dignità e il decoro, imposti dalla funzione, rendono doveroso l’astenersi dal pronunciare frasi sconvenienti e offensive, la cui rilevanza deontologica non è esclusa dalla provocazione altrui, dalla reciprocità delle offese e dal conseguenziale stato di ira ed agitazione che ne possano derivare.

 

 

Qui la sentenza.

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