Certificato di deposito al portatore: la carenza del profilo probatorio non consente l’accoglimento dell’eccezione di prescrizione, avanzata dalla banca.



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ABF, Collegio di Bari, 18 gennaio 2021, n. 1334.

di Donato Giovenzana

 

La controversia sottoposta all’esame del Collegio attiene alla richiesta di rimborso di un certificato di deposito al portatore.

Il titolo in questione – di cui è stato versato in atti solo il fronte – è stato emesso in data 15/07/1998 con un vincolo di 6 mesi, dunque con scadenza il 15/01/1999.

L’intermediario eccepisce preliminarmente la mancata produzione dell’originale del titolo, presentato solo in copia, tra l’altro mancante del retro (sul quale è riprodotto, verosimilmente, il regolamento contrattuale); il ricorrente, in sede di repliche, si limita a manifestare la disponibilità “all’esibizione dello stesso ad un esperto per una valutazione neutra”, senza allegare ulteriore documentazione.

Sul punto, l’orientamento arbitrale prevalente è nel senso che i buoni fruttiferi e i certificati di deposito emessi dalle banche sono strumenti di raccolta del risparmio, che non presentano un’autonomia “cartolare”, rispetto al sottostante rapporto di deposito bancario, che documentano. L’esibizione del certificato, pertanto, non è condizione necessaria, ai fini dell’esercizio del diritto alla restituzione della somma depositata, potendo il relativo rapporto essere provato con qualunque. L’orientamento dell’Arbitro trova riscontro nella giurisprudenza di legittimità, in particolare, nella pronuncia di Cass., 7 febbraio 2012, n. 1689, la quale ha chiarito che “in tema di deposito bancario, l’emissione dei documenti di legittimazione o titoli rappresentativi (nella specie, un certificato di deposito al portatore e due libretti di risparmio al portatore) non spiega influenza nei rapporti fra banca e depositante, essendo la prima tenuta alla restituzione verso il secondo delle somme di danaro, di cui ha acquistato la proprietà, e non dei documenti probatori, i quali, ai sensi dell’art. 1835 c.c., assolvono alla diversa funzione certificativa dell’esistenza del diritto del cliente verso la banca”).

Per l’ABF pugliese, l’eccezione dell’intermediario non merita, dunque, accoglimento.

Parimenti, non meritevole di accoglimento è l’eccezione di avvenuto pagamento, non potendo assumere valore di prova del fatto estintivo dell’obbligazione la documentazione interna prodotta dall’intermediario. Al riguardo, non ha fondamento il richiamo alle disposizioni contenute nell’art. 2220 c.c., che disciplinano l’obbligo di tenuta di una regolare contabilità, anche a tutela dei terzi, non anche l’onere della prova dei fatti “contabilizzati” (cfr. Coll. di Roma, dec. n. 3730/2014. In giurisprudenza, cfr., con riferimento al conto corrente bancario, Cass., 20 aprile 2016, n. 7972).

Il diritto del ricorrente alla liquidazione del titolo è, infine, stato contestato dall’intermediario, sulla base dell’avvenuta prescrizione, incentrata sul rilievo che essendo il titolo in questione scaduto il 15.01.1999, il relativo diritto alla riscossione si sarebbe prescritto nel gennaio 2009.

L’eccezione non merita accoglimento. Per vero, l’intermediario si è limitato a invocare la data di scadenza prevista dal titolo; quest’ultima, tuttavia, in mancanza di documentazione relativa al regolamento contrattuale, ben potrebbe riferirsi alla data ultima per la maturazione degli interessi, con conseguente “svincolo” della somma, che tornerebbe a confluire nelle somme depositate nel conto ordinario.

Peraltro, secondo l’orientamento arbitrale, l’onere della prova che la data riguardi il computo dei termini di prescrizione del diritto al rimborso e non regoli soltanto il tempo in cui le somme sono fruttifere incombe sull’intermediario (cfr. Coll. di Bari, dec. n. 15004/17). Ciò tanto più alla stregua del convergente indirizzo della giurisprudenza di legittimità secondo cui, nel contratto di deposito bancario, “l’obbligo restitutorio della banca sorge (salvo il caso di previsione di un termine convenzionale di scadenza del contratto) solo a seguito della richiesta del cliente, quale condizione di esigibilità del credito del medesimo, con la conseguenza che l’inerzia al riguardo tenuta non è interpretabile come manifestazione di disinteresse a far valere il suo diritto” (Cass. Civ. sezione I, 20 gennaio 2012 n. 788).

Stante, nella specie, il difetto di specifica prova nel senso prima indicato, da parte dell’intermediario convenuto, e la disponibilità in atti del solo frontale del certificato di deposito, ritiene il Collegio esservi margini per l’accoglimento del ricorso (in termini cfr. Coll. di Bari, dec. n. 21101/2018).

 

 

Qui la decisione.

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