Sutor, ne ultra crepidam! L’azione di regolamento di confini tra libertà personale e libertà di circolazione, alla luce del D.p.c.m.



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Nota a Trib. Reggio Emilia, 27 gennaio 2021.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Nel caso di specie, veniva contestato a ciascun imputato il delitto di cui all’art. 483 c.p. «perché, compilando atto formale di autocertificazione per dare contezza del loro essere al di fuori dell’abitazione in contrasto con l’obbligo imposto dal D.p.c.m. 08.03.2020, attestavano falsamente ai Carabinieri di […]: […] di essere andata a sottoporsi ad esami clinici; […] di averla accompagnata», avendo il personale in forza al Comando Carabinieri di […] accertato che la donna quel giorno non avesse fatto alcun accesso presso l’Ospedale di Correggio. Siffatta violazione contestata trovava quale presupposto, al fine di giustificare il proprio allontanamento dall’abitazione, l’obbligo di compilare l’autocertificazione imposto, in via generale, per effetto del succitato D.p.c.m., del quale deve, in via assorbente, rilevarsi l’indiscutibile illegittimità, sì come, del pari, di tutti quelli successivamente emanati dal Capo del Governo.

Il divieto di «ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonché all’interno dei medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute», in quanto generale e assoluto, impeditivo di qualsivoglia spostamento al di fuori della propria abitazione (salvo limitate e specifiche eccezioni), configura un vero e proprio obbligo di permanenza domiciliare. A tal riguardo, devesi senz’altro evidenziare che, nel nostro ordinamento giuridico, l’obbligo di permanenza domiciliare consista in una sanzione penale restrittiva della libertà personale, irrogata dal Giudice penale per alcuni reati all’esito del giudizio (ovvero, in via cautelare, in una misura di custodia, disposta nella ricorrenza dei rigidi presupposti di legge, all’esito di un procedimento disciplinato normativamente), nel precipuo rispetto del diritto di difesa.

Nella giurisprudenza è, sicuramente, indiscusso che l’obbligo di permanenza domiciliare costituisca una misura restrittiva della libertà personale; peraltro, la Corte Costituzionale ha ritenuto configuranti una restrizione della libertà personale finanche delle situazioni ben più lievi dell’obbligo di permanenza domiciliare come, a titolo esemplificativo, il prelievo ematico[1], ovvero l’obbligo di presentazione presso l’Autorità di PG in concomitanza con lo svolgimento delle manifestazioni sportive, in caso di applicazione del DASPO, tanto da richiedere una convalida del Giudice in termini ristrettissimi. In maniera non dissimile: l’accompagnamento coattivo alla frontiera dello straniero è stata ritenuta misura restrittiva della libertà personale, con conseguente dichiarazione dell’illegittimità costituzionale della disciplina legislativa che non prevedeva il controllo del Giudice ordinario sulla misura (poi introdotto dal legislatore, in esecuzione della decisione della Corte Costituzionale); la disciplina sul trattamento sanitario obbligatorio, poiché impattante sulla libertà personale, prevede un controllo tempestivo del Giudice in merito alla sussistenza dei presupposti applicativi previsti tassativamente dalla legge.

L’art. 13 Cost. stabilisce che le misure restrittive della libertà personale possano essere adottate solo su «[…]atto motivato dall 1 autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge»; primo corollario di tale principio costituzionale, dunque, è che un D.p.c.m. non possa disporre alcuna limitazione della libertà personale, trattandosi di fonte meramente regolamentare di rango secondario e non già di un atto normativo avente forza di legge; secondo corollario è quello per cui neppure una legge (o un atto normativo avente forza di legge, quale è il decreto legge) possa prevedere, in via generale e astratta, nel nostro ordinamento, l’obbligo della permanenza domiciliare disposto nei confronti di una pluralità indeterminata di cittadini, posto che l’art. 13 Cost. postula una doppia riserva, di legge e di giurisdizione, implicando necessariamente un provvedimento individuale, diretto dunque nei confronti di uno specifico soggetto.

Ma vi è di più.

Nella fattispecie esaminata, trattasi di D.p.c.m., ovverosia di un atto amministrativo. Il Giudice ordinario non deve rimettere la questione dì legittimità costituzionale alla Corte Costituzionale, ma deve procedere, direttamente, alla disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo per violazione di legge costituzionale.

Da ultimo, secondo il giudice reggiano non può neppure condividersi quell’«estremo tentativo dei sostenitori, ad ogni costo, della conformità a Costituzione dell’obbligo di permanenza domiciliare» sulla scorta della considerazione che il D.p.c.m. sia conforme a Costituzione, in quanto prevederebbe delle legittime limitazioni della libertà di circolazione ex art. 16 Cost. e non della libertà personale. Difatti, come chiarito dalla Corte Costituzionale, la libertà di circolazione riguarda i limiti di accesso a determinati luoghi (come, per esempio, l’affermato divieto di accedere ad alcune zone circoscritte poiché infette), ma, giammai, può comportare un obbligo di permanenza domiciliare[2].

In altri termini, la libertà di circolazione non può essere confusa con la libertà personale; invero, i limiti della libertà di circolazione attengono a luoghi specifici, il cui accesso può essere precluso, perché, ad esempio, pericolosi; laddove, per contro, il divieto di spostamento non riguardi i luoghi, ma le persone, la limitazione si configura come vera e propria limitazione della libertà personale. Nel caso in cui il divieto di spostamento sia assoluto (come nella specie), ovverosia quando si prevede che il cittadino non possa recarsi in nessun luogo al di fuori della propria abitazione, è indiscutibile che si versi in chiara e illegittima limitazione della libertà personale.

In ossequio a quanto diffusamente rassegnato e argomentato, il GIP conclude affermando l’illegittimità del D.p.c.m. de quo, per violazione dell’art. 13 Cost., con conseguente dovere del Giudice ordinario di disapplicare tale decreto, ai sensi dell’art. 5 della l. n. 2248/1865, All. E. Poiché in forza di tale decreto ciascun imputato è stato “costretto” a sottoscrivere un’autocertificazione incompatibile con lo stato di diritto del nostro Paese e, dunque, illegittima, deriva dalla disapplicazione di tale norma che la condotta di falso, materialmente comprovata come in atti, non sia punibile, giacché, nella specie, le esposte circostanze escludono l’antigiuridicità in concreto della condotta e, comunque, perché la condotta concreta, previa la doverosa disapplicazione della norma che imponeva illegittimamente l’autocertificazione, integra un falso inutile, configurabile quando la falsità incide su un documento irrilevante o non influente ai fini della decisione da emettere in relazione alla situazione giuridica che viene in questione. A tal riguardo, è ampiamente condivisibile l’interpretazione giurisprudenziale, anche di legittimità,secondo la quale «Non integra il reato di falso ideologico in atto pubblico per induzione in erroredel pubblico ufficiale l’allegazione alla domanda di rinnovo di un provvedimento concessorio di unfalso documento che non abbia spiegato alcun effetto, in quanto privo di valenza probatoria,sull’esito della procedura amministrativa attivata.»[3]. Siccome, nella specie, è costituzionalmente illegittima e deve essere, consequenzialmente, disapplicata la norma giuridica contenuta nel D.p.c.m. che imponeva la compilazione e sottoscrizione dell’autocertificazione, il falso ideologico contenuto in tale atto è, necessariamente, innocuo; dunque, la richiesta di decreto penale non può trovare accoglimento.

 

 

Qui la sentenza.


[1] Il riferimento è a Corte Cost. n. 238/1996.

[2] V. Corte Cost. n. 68/1964.

[3] V. Cass. Pen., Sez. V, 22.01.2010, n. 11952.

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