Della responsabilità dell’ente erogatore del servizio di vaglia postale.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 11 febbraio 2021, n. 3562.

di Donato Giovenzana

 

Osserva il Collegio che le Sezioni Unite, con la sentenza n. 14712 del 26/06/2007, chiamate a comporre il contrasto di giurisprudenza circa la natura – contrattuale, extracontrattuale o ex lege – della responsabilità derivante dal pagamento dell’assegno non trasferibile a persona diversa dal prenditore ed alla conseguente durata – decennale o quinquennale del termine di prescrizione dell’azione di risarcimento proposta dal danneggiato, hanno qualificato come contrattuale la responsabilità del banchiere che abbia negoziato un assegno munito della clausola di non trasferibilità in favore di persona non legittimata. A tale conclusione le Sezioni Unite sono pervenute, non già facendo leva sull’argomento utilizzato solitamente dalla tesi contrattualistica – secondo cui la banca girataria dell’incasso, oltre ad essere mandataria del girante, sarebbe sostituta della trattaria nell’espletamento del servizio bancario per quanto riguarda l’identificazione del presentatore e il conseguente pagamento -, bensì ricorrendo alla c.d. teoria del contatto sociale qualificato, ravvisabile ogni qual volta l’ordinamento imponga di tenere un determinato comportamento, idoneo a tutelare l’affidamento riposto da altri soggetti al corretto espletamento da parte sua di preesistenti e specifici doveri di protezione che volontariamente assunti. Le Sezioni Unite hanno, quindi, affermato il principio, così massimato: “La responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dall’art. 43 legge assegni (R.D. 21 dicembre 1933, n. 1736), l’incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha – nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno – natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione (obbligo preesistente, specifico e volontariamente assunto), operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di far sì che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l’incasso. Ne deriva che l’azione di risarcimento proposta dal danneggiato è soggetta all’ordinario termine di prescrizione decennale, stabilito dall’art. 2946 c.c.”.

Nel 2018 le medesime Sezioni Unite, con la sentenza 21/05/2018, n. 12477, hanno espressamente ribadito il principio già affermato nel 2007 e hanno precisato che, una volta ricondotta la responsabilità della banca negoziatrice nell’alveo di quella contrattuale derivante da contatto qualificato, inteso come fatto idoneo a produrre obbligazioni ex art. 1173 c.c. e dal quale derivano i doveri di correttezza e buona fede enucleati dagli artt. 1175 e 1375 c.c., non sia più sostenibile la tesi secondo cui detta banca risponde del pagamento dell’assegno non trasferibile effettuato in favore di chi non è legittimato “a prescindere dalla sussistenza dell’elemento della colpa nell’errore sull’identificazione del prenditore”. Le Sezioni Unite hanno, infatti, evidenziato che una responsabilità oggettiva può concepirsi solo laddove difetti un rapporto in senso lato “contrattuale” fra danneggiante e danneggiato, ed il primo sia chiamato a rispondere del fatto dannoso nei confronti del secondo, non per essere con questo entrato in contatto, ma in ragione della particolare posizione rivestita o della relazione che lo lega alla res causativa del danno e che, non a caso, dottrina e giurisprudenza hanno individuato ipotesi di responsabilità oggettiva nelle fattispecie tipiche delineate dagli artt. 2048/2053 c.c., tutte annoverabili nel più ampio genus dell’illecito extracontrattuale.

Hanno, altresì, ricordato che, secondo l’orientamento consolidato nella giurisprudenza di legittimità, il criterio che presiede alla valutazione della responsabilità da contatto sociale qualificato è quello delineato dagli artt. 1176, 2118 c.c.; con la conseguenza che, nell’azione promossa dal danneggiato, la banca negoziatrice che ha pagato l’assegno non trasferibile a persona diversa dall’effettivo prenditore è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza dovuta, che è quella nascente, ai sensi dell’art. 1176 c.c., comma 2, dalla sua qualità di operatore professionale, tenuto a rispondere del danno anche in ipotesi di colpa lieve.


Le Sezioni Unite, con la sentenza in parola hanno, quindi, affermato che: “Ai sensi del R.D. n. 1736 del 1933, art. 43, comma 2 (c.d. legge assegni), la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato – per errore nell’identificazione del legittimo portatore del titolo – dal pagamento dell’assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola non trasferibilità a persona diversa dall’effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall’art. 1176 c.c., comma 2“.

Per la Cassazione i principi sopra riportati, ben sono applicabili, mutatis mutandi, al caso in esame, pure alla luce degli artt. 8 e 12 delle Condizioni generali del servizio di vaglia, e da tali principi, in sostanza, con la sentenza impugnata in questa sede, non si è discostata la Corte territoriale, la quale, anzi, ha correttamente, sia pure implicitamente, come riconosciuto dalla stessa parte ricorrente, ricondotto il profilo di responsabilità di P.I. S.p.a. nell’alveo della responsabilità contrattuale da c.d. contatto sociale.

 

Qui la pronuncia. 

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