CGUE – Il diritto al silenzio nell’ambito del procedimento sanzionatorio amministrativo per abuso di informazioni privilegiate.



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Nota a CGUE, 2 febbraio 2021, C-481/19.

di Donato Giovenzana

 

La Corte di giustizia dell’Unione europea, riunita in Grande Sezione, ha riconosciuto l’esistenza, a favore di una persona fisica, di un diritto al silenzio, tutelato dalla Carta, e dichiarato che la direttiva 2003/6 e il regolamento n. 596/2014 permettono agli Stati membri di rispettare tale diritto nell’ambito di un’indagine condotta nei confronti di una persona siffatta e suscettibile di portare all’accertamento della sua responsabilità per un illecito passibile di sanzioni amministrative aventi carattere penale ovvero della sua responsabilità penale.

Alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa al diritto ad un equo processo, la Corte ha sottolineato che il diritto al silenzio, che è al centro della nozione di “equo processo”, osta, in particolare, a che una persona fisica “imputata” venga sanzionata per il suo rifiuto di fornire all’autorità competente, a titolo della direttiva 2003/6 o del regolamento n. 596/2014, risposte che potrebbero far emergere la sua responsabilità per un illecito passibile di sanzioni amministrative a carattere penale oppure la sua responsabilità penale. La Corte ha precisato, a questo proposito, che la giurisprudenza relativa all’obbligo per le imprese di fornire, nell’ambito di procedimenti suscettibili di portare all’inflizione di sanzioni per comportamenti anticoncorrenziali, informazioni che potrebbero successivamente essere utilizzate allo scopo di dimostrare la loro responsabilità per tali comportamenti, non può trovare applicazione in via analogica al fine di stabilire la portata del diritto al silenzio di una persona fisica accusata di abuso di informazioni privilegiate. La Corte aggiunge che il diritto al silenzio non può però giustificare qualsiasi omessa collaborazione della persona interessata con le autorità competenti, come in caso di rifiuto di presentarsi ad unʼaudizione prevista da queste ultime o di manovre dilatorie intese a rinviare lo svolgimento di tale audizione.

La Corte ha notato, infine, che tanto la direttiva 2003/6 quanto il regolamento n. 596/2014 si prestano ad un’interpretazione conforme al diritto al silenzio, nel senso che essi non impongono che una persona fisica venga sanzionata per il suo rifiuto di fornire all’autorità competente risposte da cui potrebbe emergere la sua responsabilità per un illecito passibile di sanzioni amministrative aventi carattere penale oppure la sua responsabilità penale. Date tali circostanze, il fatto che nei testi normativi suddetti manchi un’esplicita esclusione dell’inflizione di una sanzione per un rifiuto siffatto non può pregiudicare la loro validità. Incombe agli Stati membri garantire che una persona fisica non possa essere sanzionata per il suo rifiuto di fornire risposte siffatte all’autorità competente.

 

 

Qui la pronuncia.

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