In tema della competenza su una controversia inerente all’invalidità di un contratto di intermediazione finanziaria.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 15 ottobre 2020, n. 22340.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la Cassazione l’interpretazione pur lata della disposizione dell’art. 3 D. Lgs. n. 168 del 2003, offerta dalla Corte della nomofilachia (atteso l’intento del legislatore di specializzazione dei giudicanti, evidenziato anche dalla restrizione del numero dei tribunali competenti, onde sono attribuite alle sezioni specializzate d’impresa le controversie relative ai “rapporti societari”, con menzione esemplificativa, e le controversie relative al trasferimento delle partecipazioni sociali “o ad ogni altro negozio avente ad oggetto le partecipazioni sociali o i diritti inerenti” (cfr. Cass., ord. 21 febbraio 2017, n. 4523; ord. 16 ottobre 2014, n. 21910), non può giungere ad includervi anche le pure controversie di natura bancaria aventi ad oggetto i contratti di investimento finanziario.


Tali controversie, invece, vanno senz’altro escluse dall’ambito di applicazione della norma, sulla base del succitato orientamento.


Infatti, la controversia afferente il rapporto di investimento finanziario, anche quando avente ad oggetto azioni, esula dalla competenza del tribunale specializzato in materia d’impresa, atteso che – sulla base della lettera e della ratio della disposizione in esame – il legislatore ha inteso concentrare presso il giudice specializzato le controversie relative alle società ed alle loro vicende, a favore della certezza del diritto e contro il pericolo di moltiplicazione di liti inutili, che potrebbe verificarsi ove si operassero continui distinguo.
Ma anche tale lettura estensiva deve rispettare, poi, i limiti di quella lettera e di quella ratio, concorrenti nell’indicare la corretta interpretazione: le quali, per quanto ora rileva, si concretano, da un lato, nell’esistenza di una controversia relativa a rapporti societari ed a partecipazioni sociali; e, dall’altro lato, nel rilievo di situazioni rilevanti sulla vita sociale, sia pure in senso ampio, con riguardo quindi non solo alle vicende di governo interno, ma anche alla persona del singolo socio, nei suoi rapporti (sia pure “non più” o “non ancora” in corso) con la società, con gli organi societari o con gli altri soci.

Quando, invece, nessuna questione la controversia coinvolga, che sia neppure indirettamente relativa al diritto societario – come proprio per la materia degli investimenti finanziari – l’interpretazione razionale della disposizione induce ad attribuire la controversia al giudice ordinario.


Ove, cioè, l’acquisto delle azioni abbia in modo non equivoco, come nella specie, la natura di un investimento finanziario concluso tra l’investitore/risparmiatore e l’istituto bancario, e l’attore prospetti la violazione degli obblighi dell’intermediario poste dalle norme sui contratti di investimento richiedendo la relativa tutela, la causa negoziale in tal modo emergente dal regolamento contrattuale e le ragioni della domanda escludono l’integrazione della fattispecie di cui al cit. art. 3.


È pur noto come la partecipazione azionaria si presti, a seconda dei casi, a costituire lo strumento per esprimere le diverse possibili motivazioni dell’investimento azionario, ora volto ad una funzione propulsiva nell’impresa ed ora, invece, ad un ruolo essenzialmente finanziario del socio, la cui partecipazione in società resta un mero investimento, con sostanziale indifferenza alla dialettica assembleare, organo che diventa la sede delle istanze dei creditori-investitori rispetto alla maggioranza che la governa. Ebbene: in entrambi i casi, le controversie che avessero ad oggetto la partecipazione azionaria rientrano nel novero di quelle devolute al tribunale dell’impresa.


Ne restano, invece, estranee le controversie in cui si prospetti che l’acquisto azionario sia avvenuto nell’ambito delle operazioni relative ai servizi ed alle attività di investimento, il cui esercizio professionale nei confronti del pubblico è riservato ai soggetti previsti dal D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 18, e delle quali si chieda di accertare il mancato rispetto delle norme legali di comportamento poste in capo agli intermediari finanziari: dunque, non il rilievo della possibile motivazioni in sé dell’investimento azionario determina la competenza del giudice sulla controversia, ma la causa negoziale, oggettivata nel negozio e prospettata nell’atto di citazione introduttivo, in una con le domande proposte.


In caso contrario, si finirebbe per contraddire la stessa esigenza di specializzazione del tribunale delle imprese: il quale, con la chiara scelta del legislatore del 2012, che operò in un verso opposto a quello percorso dalla riforma del rito societario col D.Lgs. n. 5 del 2003, non ha più visto incluse nella sua competenza le controversie “relative a:… d) rapporti in materia di intermediazione mobiliare da chiunque gestita, servizi, e contratti di investimento, ivi compresi i servizi accessori, fondi di investimento, gestione collettiva del risparmio e gestione accentrata di strumenti finanziari, vendita di prodotti finanziari, ivi compresa la cartolarizzazione dei crediti, offerte pubbliche di acquisto e di scambio, contratti di borsa” (così il D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 1, comma 1, lett. d). Anzi, la necessità, all’epoca della riforma societaria, di prevedere una norma ad hoc al riguardo vale come ulteriore criterio interpretativo di ordine sistematico, ai sensi dell’art. 12 preleggi, nel senso di quella esclusione: in una situazione in cui, si aggiunga, l’enunciato del il D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 1, comma 1, lett. b), è (salvo aggiustamenti grammaticali per niente rilevanti nel discorso) identico a quello dell’attuale D.Lgs. n. 168 del 2003, art. 1, comma 1, lett. b).

Per il che la Suprema Corte ha enunciato il seguente principio di diritto:

Esula dalla competenza del tribunale specializzato in materia d’impresa la controversia relativa all’acquisto di azioni del capitale di una banca nell’ambito di un contratto di investimento finanziario, nella quale l’attore lamenti, ai sensi del D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, la violazione delle disposizioni che regolano la prestazione dei servizi di investimento ed il mancato rispetto da parte della banca delle norme legali di comportamento poste in capo agli intermediari finanziari“.

 

 

Qui la pronuncia.

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