Operatività del conto corrente cointestato.



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Nota a Cass. Civ., Sez. Lav., 27 luglio 2020, n. 15966.

di Donato Giovenzana

 

La ricorrente ha denunciato – inter alia – la violazione e falsa applicazione del combinato disposto di cui agli artt. 1101 co. I e 1298 co. II c.c., in relazione all’art. 360 co. I n. 3 c.p.c.. Al riguardo ha sostenuto che erroneamente i giudici di merito avrebbero attribuito l’esclusiva titolarità del conto corrente, di cui ai prelievi operati dalla stessa per 24 mila euro, laddove, trattandosi di conto cointestato, doveva presumersi la titolarità in parti uguali di quanto ivi depositato, a credito ovvero a debito – presunzione superabile soltanto in base a dati incontrovertibili, gravi, precisi e concordanti, ciò che non si era verificato nella specie da parte degli eredi del de cuius.  

Per il che, ha sostenuto la ricorrente, la sentenza de qua aveva violato anche l’art. 2697 c.c., nonché pronunciato condanna nei confronti di essa ricorrente, quanto alla restituzione delle somme di cui al menzionato conto corrente, cointestato, senza assolutamente motivare rispetto all’eccezione di comproprietà regolarmente formulata, sia in primo grado che con le conclusioni dell’atto d’appello, instando per la declaratoria di proprietà quantomeno della metà delle somme sul corrente cointestato dal de cujus a suo favore.  

In proposito era stata infatti censurata la sentenza di primo grado, che aveva inteso superare la presunzione legale in argomento unificando le due distinte eccezioni di comproprietà e di donazione indiretta, quantomeno sul residuo, ricavandone una implicita ammissione di versamenti provenienti dal solo defunto, e così di fatto avendo confuso il giudice di primo grado, secondo l’appellante, le presunzioni semplici, rimesse al prudente apprezzamento del giudice, con quelle legali, relative come nel caso di specie, rispetto alle quali tale facoltà non è consentita al giudice, dovendo la parte interessata dimostrare il contrario. Pertanto, l’appellante aveva reiterato la presunzione di proprietà in parti uguali ex artt. 1101 e 1298 c.c., delle somme cointestate per poi assumere “solo ed esplicitamente, per mera ipotesi, in ogni caso, la natura di donazione indiretta della cointestazione con riferimento alle somme che avrebbero dovuto risultare provate essere state versate dal solo de cujus”. Quindi, si era doluta di una perplimente interpretazione degli atti difensivi, di una violazione del principio dell’onere della prova, di una lesione del giusto processo, di una utilizzazione a contrario delle richiamate presunzioni di legge contro il dettato normativo, con ciò rendendo una sentenza in violazione del contraddittorio e della parità delle parti nel giudizio ex art. 111 Cost.. Su tali specifiche eccezioni, però, la Corte d’Appello aveva totalmente omesso di pronunciarsi, essendosi limitata ad attribuire alla cointestazione esclusivamente natura di donazione indiretta, incorrendo perciò in altro error in procedendo, e di fatto omettendo di motivare rispetto ad una presunzione legale, che invece avrebbe richiesto la prova contraria dai coeredi del de cujus, dimostrando documentalmente la provenienza del danaro da uno solo dei cointestatari del conto.  

Il summenzionato motivo di doglianza è stato ritenuto fondato dalla Suprema Corte, atteso che le disposizioni di legge in materia di contitolarità di conto corrente, intestato nella specie al de cuius ed alla sua badante, circostanza pressoché pacifica in atti, risultano erroneamente applicate dalla Corte distrettuale, che nel suo accertamento in proposito ha mancato di tener conto del principio secondo cui nel conto corrente bancario intestato a due o più persone, i rapporti interni tra correntisti non sono regolati dall’art. 1854 c.c., riguardante i rapporti con la banca, bensì dall’art. 1298, comma 2, c.c. in base al quale debito e credito solidale si dividono in quote uguali, solo se non risulti diversamente; sicché, non solo si deve escludere, ove il saldo attivo derivi dal versamento di somme di pertinenza di uno solo dei correntisti, che l’altro possa, nel rapporto interno, avanzare pretese su tale saldo ma, ove anche non si ritenaa superata la detta presunzione di parità delle parti, va altresì escluso che, nei rapporti interni, ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, possa disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell’altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all’intero svolgimento del rapporto (v. parimenti Cass. II civ. n. 4066 del 19/2/2009, conforme Cass. I n. 3241 del 9/7/1989. V. altresì analogamente Cass. II civ. n. 26991 del 2/12/2013. Cfr. altresì Cass. I civ. n. 13663 del 22/07/2004, secondo cui la cointestazione del conto corrente fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto ed il consenso di tutti gli intestatari alla movimentazione del conto, sicché una volta provata dalla banca l’esistenza di conti cointestati, è onere della parte che deduce una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione offrire la prova contraria della non riferibilità a sé dei prelievi effettuati. V. ancora Cass. I civ. n. 1087 in data 1/2/2000, secondo cui una presunzione legale “juris tantum“, come quella di cui all’articolo 1298, secondo comma, c.c., poiché dà luogo soltanto all’inversione dell’onere probatorio, può essere superata attraverso presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti. Analogamente, Cass. I civ. n. 28839 del 5/12/2008 ha ritenuto che la cointestazione di un conto corrente, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o debitori solidali dei saldi del conto sia nei confronti dei terzi, che nei rapporti interni, fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto, ma tale presunzione dà luogo soltanto all’inversione dell’onere probatorio, e può essere superata attraverso presunzioni semplici – purché gravi, precise e concordanti – dalla parte che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa. In senso conforme Cass. lav. n. 18777 del 23/09/2015).  

Per il che appaiono giustificate le doglianze al riguardo mosse con l’anzidetto motivo, laddove si lamenta l’omessa considerazione delle argomentazioni in proposito addotte con l’interposto gravame, per cui almeno la metà del conto corrente bancario cointestato presso la  banca si sarebbe dovuta considerare di pertinenza della contitolare (i.e. la badante). Per contro, la sentenza impugnata ha in qualche modo eluso la problematica relativa alla contitolarità, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1298 c.c., del tutto pretermessa dando esclusivo rilievo alle ipotizzate donazioni indirette, apoditticamente dando per scontato anche il pacifico superamento dell’anzidetta presunzione relativa, ovvero altrimenti ignorata, perciò senza alcuno specifico riferimento alla sussistenza di idonei elementi presuntivi, tali da poter giustificare la riconducibilità delle somme depositate sul conto esclusivamente al cointestatario defunto, riguardo all’intera somma di euro 24.000,00 che dal conto corrente cointestato era stata prelevata dalla badante; pertanto, la risoluzione della controversia operata dalla Corte d’Appello, nei sensi di cui alla ipotizzata indebita donazione, realizzata senza la necessaria forma ad substantiam, si fonda su di un presupposto almeno in parte allo stato indimostrato o di cui manca la relativa motivazione, sull’assunto cioè che tutte le somme di danaro versate sul menzionato conto corrente cointestato, dal quale provennero le informali donazioni, appartenessero soltanto al de cuius, senza perciò tener conto della presunzione di cui al secondo comma del succitato art. 1298.  

La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.

 

 

Qui la pronuncia.

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