Contratti assicurativi: nulla la clausola claims made che prescinde dalla diligenza dell’assicurato



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Corte di Cassazione, n. 8894/2020

di Pierpaolo Verri


La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 8894/2020, si è espressa sul tema relativo alla legittimità della clausola claims made nell’ambito di un contratto di polizza assicurativa.

IN FATTO

La controversia trae origine dalla richiesta di una struttura sanitaria di essere manlevata dalla propria compagnia assicurativa in seguito ad un sinistro. L’assicurazione, tuttavia, eccepiva la presenza nel contratto di una clausola claims made, che imponeva di denunciare il sinistro entro dodici mesi dalla cessazione di efficacia. Nel caso di specie tale termine era inutilmente trascorso.

Sia in primo grado, sia nel giudizio di appello, veniva riconosciuta la non vessatorietà di tale clausola, confermando, pertanto, la legittimità del rifiuto della compagnia assicurativa. Il Giudice d’Appello, inoltre, aggiungeva che la clausola claims made di specie perseguisse interessi meritevoli di tutela, oltre a non risultare vessatoria. La Corte d’Appello faceva applicazione della decisione della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 9140/2016, secondo cui “la clausola claims made non è di per sé vessatoria, ma può diventare non meritevole di tutela quando comporti un significativo squilibrio tra le parti ai danni di una di esse, e questo accertamento è rimesso in concreto alla discrezionalità del giudice di merito”. La clausola oggetto del caso di specie, in particolare, prevedeva l’obbligo dell’assicuratore di tenere indenne l’assicurato con riferimento ai sinistri dipendenti da condotte tenute in un definito arco temporale, ma a condizione che:

  • Vi fosse stata richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato nell’arco temporale indicato nel documento contrattuale;
  • Una volta ricevuta la richiesta di risarcimento, entro 12 mesi dalla cessazione del contratto, l’assicurato avesse denunciato il sinistro alla compagnia.

IN DIRITTO

La struttura sanitaria impugnava la decisione della Corte d’Appello fondando il ricorso su tre motivi. Il terzo motivo, in particolare, rileva ai fini del presente scritto. Parte ricorrente, infatti, censurava la decisione lamentando la violazione degli articoli 1322 e 1362 c.c. e sostenendo che la Corte d’Appello fosse caduta in errore nel ritenere meritevole la clausola alla luce di quanto disposto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sent. n. 9140/2016 menzionata. L’assunto attorno al quale è imperniato il motivo di ricorso attiene alla circostanza per cui la clausola claims made inserita nel contratto porrebbe l’assicurato in una condizione di ingiustificato svantaggio nei confronti dell’assicuratore. La clausola di specie, infatti, impone all’assicurato di denunciare il sinistro entro dodici mesi a partire dal termine di scadenza del contratto, purché l’assicurato, a sua volta, abbia ricevuto una tempestiva richiesta di risarcimento dal danneggiato. In sostanza la prestazione dell’assicurazione dipende dall’evento dedotto nel contratto e dalla richiesta di risarcimento del terzo danneggiato, pertanto se quest’ultima non è tempestiva non potrà essere tale neanche quella dell’assicurato.

La Suprema Corte ritiene fondato tale motivo di ricorso, proponendo una ricostruzione giurisprudenziale sulla questione relativa alla legittimità delle clausole claims made. La sentenza n. 9140/2016 menzionata, infatti, non ha messo la parola fine al dibattito sul tema e le stesse Sezioni Unite hanno riesaminato il tema con pronunce successive.

Viene in rilievo ai fini del giudizio oggetto del presente scritto la sentenza n. 22437 del 2018, la quale ha statuito che una clausola di tipo claims made non stravolge il tipo contrattuale, comportandone l’atipicità, pertanto non trova applicazione il secondo comma dell’art. 1322 c.c., il quale, in riferimento ai contratti atipici, richiede che ne sia valutata la meritevolezza. Nello specifico, il contratto di assicurazione, ai sensi dell’art. 1917 c.c., fonda la propria tipicità sull’obbligo di tenere indenne l’assicurato dal peso economico dei fatti accaduti durante il tempo in cui è valida l’assicurazione. Ciò, tuttavia, non comporta che la clausola claims made costituisca una deroga ammissibile “alla previsione per cui l’assicuratore è tenuto a mantenere indenne l’assicurato, deroga che trasforma il tipo, rendendo il contratto diverso da quello di assicurazione”.

Sulla base di tale assunto, il contratto oggetto della pronuncia deve considerarsi un contratto tipico, salva l’aggiunta di un contenuto ulteriore ad opera delle parti, pertanto la liceità di tale contratto deve essere misurata con il criterio dell’articolo 1343 c.c.

La clausola contrattuale inserita dalle parti nel caso di specie prevede una decadenza a carico dell’assicurato non dipendente da una sua condotta. La Suprema Corte rileva come tale previsione contrasti con disposizioni imperative di legge, oltreché con l’art. 1341 c.c., il quale vieta, se non sottoscritte, le clausole vessatorie, annoverando tra esse quelle che impongono decadenze. Ai fini del giudizio viene in rilievo altresì l’art. 2965 c.c., il quale commina la nullità dei patti con cui si stabiliscono decadenze che rendono eccessivamente difficile ad una delle parti l’esercizio del diritto. Nella vicenda oggetto del giudizio, era previsto, precisamente, un termine di decadenza all’escussione dell’assicurazione, che deve considerarsi nullo proprio perché rende eccessivamente difficile l’esercizio del diritto dell’assicurato. 

La conclusione alla quale perviene la Suprema Corte, pertanto, è quella per cui le clausole che rendono difficile l’esercizio del diritto (ai sensi dell’art. 2965 c.c.) sono “anche quelle che prescindono dalla diligenza della parte, e che fanno dipendere quell’esercizio da una condotta del terzo, autonoma e non calcolabile.

Qui il testo della pronuncia: 8894/2020

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