Confisca per equivalente e tutela al creditore “inciso” (banca) da tale particolare forma ablativa



Cass. pen., I sez., sent. n. 45746 dell’11.11.2019

di Donato Giovenzana

 


La Suprema Corte ha preliminarmente  affermato, con la decisione de  qua, che l’avvenuta “formalizzazione legislativa” dei presupposti e delle forme di tutelabilità del diritto di credito inciso dalla confisca (artt. 52 e ss. d. lgs. n.159 del 2011) in determinati settori dell’ordinamento, risponde ad una esigenza generale di contemperamento e non presenta caratteri di eccezionalità derogatoria, quanto di paradigma legale di stabilizzazione di alcuni principi “dì sistema”.
 
In effetti, l’intera quaestio della tutela del credito garantito in rapporto ad interventi ‘ablativi’ della autorità pubblica (e dunque del giudice penale o della prevenzione) sui beni oggetto della garanzia, sorge già negli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo per una ragione essenziale, che è quella di rispetto della effettività ad un principìo generale dell’ordinamento giuridico, rappresentato dalla tutela dell’affidamento, ìn campo di diritti civili.
 
Ora, lì dove il sistema della giustizia penale o di prevenzione accentua la tendenza a divenire strumento di “recupero coatto” di beni che si ritengono frutto di accumulazione patrimoniale illecita, è inevitabile che il contraltare di simile tendenza ( peraltro amplificata dalla proliferazione di ulteriori tipologìe di confische non strettamente pertinenziali, come la confisca ‘di valore’ e per equivalente) sia rappresentato dalla necessità di “disciplinare” le inevitabili interrelazioni che nel sistema economico e della circolazione dei beni si sono venute a determinare tra il bene in questione ed i soggetti ‘terzi’ che hanno acquisito medio tempore dei diritti, correlati al medesimo. Ed ì principi generali sul tema, poi formalizzati dall’intervento legislativo del 2011 in sede di prevenzione (art. 52), restano – a ben vedere – quelli dettati dalle Sezioni Unite nel noto arresto Bacherotti, risalente al 1999. In tale decisione (Sez. U. n. 9 del 28.4.1999), si è in sostanza affermato – in via generalissima – che il sacrificio dei diritti vantati da terzi su res oggetto di confisca non può essere ritenuto conforme ai principi generali dell’ordinamento lì dove il terzo sia da ritenersi “estraneo” alla condotta illecita altrui.
 
Si è altresì precisato che l’essere la confisca un modo “autoritativo” di acquisto del diritto di proprietà non comporta che il trasferimento stesso possa avere un contenuto diverso e più ampio di quello che faceva capo al precedente titolare del bene, lì dove insistano diritti, non estinti, di terzi estraneiCiò che rileva è pertanto l’attenta qualificazione della particolare condizione fattuale e giuridica del terzo che deve connotarsi – per evitare di ricadere nella condizione di soggetto colpevolmente avvantaggiato dall’altrui azione illecita – in termini di buona fede, intesa nella non conoscibilità – con l’uso della diligenza richiesta dalla situazione concreta – del rapporto di derivazione della propria posizione soggettiva dal reato (o dalla condotta illecita) commesso dal condannato . La citazione di tale arresto non è superflua, proprio in ragione del fatto che la decisione in parola rappresenta l’antecedente logico della formalizzazione normativa, posto che il legislatore si è mosso con la consapevolezza di intervenire su un terreno già arato da autorevoli interpretazioni giurisprudenziali, ricognitive di un principio generale. Da ciò deriva la considerazione per cui l’avvenuta formalizzazione normativa del procedimento di riconoscimento della pretesa creditoria, da rivolgersi verso lo Stato (destinatario del bene a titolo orginario, data la portata espansiva della disposizione di cui all’art. 45 del d. lgs. n.159 del 2011 in punto di natura giuridica della confisca) possiede un indubbio valore di conferma di quel principio da cui deriva, la cui realizzazione – in ambiti affini – va perseguita con il massimo grado di effettività, pena la violazione del basilare principio di ragionevolezza delle disparità di trattamento.
 
Non vi è, pertanto, alcuna ragione giuridica tesa a legittimare un diverso atteggiarsi della confisca ‘di valore’ e per equivalente, rispetto non gìà al destinatario primario (il soggetto condannato, che subisce il giusto grado di afflitívità della misura) quanto al soggetto ‘terzo’ cui si tende ad imporre un sacrificio patrimoniale indiretto .
 
Tale sacrificio in tanto può essere imposto in quanto il terzo non si trovi in quella condizione di “incolpevole affidamento” che, per converso ne impone la tutela da parte del giudice della esecuzione. In altre parole la più volte ribadita ‘natura sanzionatoria’ (perchè il bene colpito è surrogatorio del profitto del reato) della confisca per equivalente è tale nei confronti del condannato, ma certo non assume valore alcuno di differenziazione del trattamento del terzo che, se realmente incolpevole, mantiene la pienezza del diritto all’indennizzo per la perdita della garanzia del credito.
 
Per il che, in ragione di quanto sopra esposto, è stato accolto il ricorso presentato dalla banca, con annullamento, con rinvio, dell’ordinanza impugnata.
 

Qui la pronuncia: Cass. pen., I sez., sent. n. 45746 dell’11.11.2019

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