Bond argentini: il procedimento arbitrale internazionale e l’azione civile nei confronti della banca intermediaria non sono sovrapponibili, per il che l’adesione all’uno non preclude l’altra



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Cass. Civ., Sez. I, Sent. n. n. 29354 del 14 novembre 2018 
Donato Giovenzana – Legale d’impresa

Importante e significativo approdo ermeneutico della Suprema Corte, secondo cui la mera pendenza del giudizio arbitrale avanti all’International Centre for the Settlement of Investiment Disputes (ICSID), in forza dell’art. 8, comma 4, della I. n. 334/1993, di ratifica dell’ Accordo di Buenos Aires tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica argentina del 22 maggio 1990, intercorrente tra lo Stato argentino e la Task Force Argentina (TFA), associazione per la tutela degli investitori in titoli argentini, non rende improponibile l’azione intrapresa dall’investitore italiano, che abbia in precedenza aderito alla detta associazione, nei confronti della banca intermediaria nell’acquisto di quei titoli, e fondata sulla nullità, l’annullamento, la risoluzione per inadempimento del contratto di intermediazione finanziaria o sulla responsabilità risarcitoria del predetto intermediario agli obblighi che a questo fanno carico.

 
L’avvio della procedura arbitrale non assume alcuna portata preclusiva rispetto al giudizio trattato avanti al Tribunale e alla Corte di appello.
 
Infatti, i due procedimenti si differenziano avendo riguardo ai soggetti che ne sono parte: da un lato l’investitore e la banca intermediaria, dall’altra la TFA, associazione per la tutela degli interessi degli investitori in titoli argentini, cui avrebbero aderito i ricorrenti, e la Repubblica argentina. Correlativamente, i due giudizi si distinguono anche per il rispettivo petitum (da una parte, la nullità, l’annullamento o la risoluzione del contratto di investimento intercorso tra l’intermediario e l’investitore, con la conseguente ripetizione dell’indebito, o ancora il risarcimento del danno, ma per culpa in contraendo dell’intermediario; dall’altra il risarcimento dei danni patiti dagli associati al TFA e cagionati dall’emittente dei titoli, e commisurati al rimborso dei medesimi) e per la causa petendi (avanti al giudice ordinario i vizi genetici del contratto di investimento intercorso tra l’investitore e l’intermediario, ovvero l’inadempimento di quest’ultimo, o ancora la sua responsabilità precontrattuale, per l’asserita violazione degli obblighi di informazione correttezza e trasparenza cui è tenuto l’intermediario; nella sede arbitrale la violazione dell’accordo internazionale da parte della Repubblica argentina).
 
Vanamente, del resto, si ricercherebbe, nel corpo delle disposizioni della I. n. 334/1993 o della Convenzione di Wasghington, una norma che osti all’introduzione, da parte dell’investitore danneggiato, di un giudizio civile nei confronti di soggetto diverso dalla sua controparte nel giudizio arbitrale (diverso, cioè, nella specie, dalla Repubblica argentina). Il quarto comma dell’art. 8 della I. n. 334/1993 prevede, infatti, che fin dal momento in cui abbia avuto inizio un procedimento arbitrale, ciascuna delle parti nella controversia adotti ogni utile iniziativa intesa a desistere dall’azione giudiziale in corso:ma, per quanto qui interessa, la disposizione non può che riferirsi all’azione intrapresa nei confronti dell’emittente, dovendo il comma 4 essere letto in continuità col comma 1, ove è parola della «controversia relativa agli investimenti insorta tra una Parte Contraente ed un investitore dell’altra, riguardo problemi regolati dal presente Accordo». Allo stesso modo, la limitazione contenuta nell’art. 26 della convenzione di Washington, secondo cui il consenso delle parti alla procedura d’arbitrato è, salvo contraria indicazione, presunzione di rinuncia ad ogni altra forma di ricorso, opera nei rapporti tra i contendenti in sede arbitrale con riguardo alle pretese che possono trovare soddisfacimento in quella sede: non può certo ritenersi preclusiva dell’azione introdotta dall’investitore nei confronti di un diverso soggetto, personalmente tenuto a rispondere del proprio operato nei confronti dell’investitore stesso nell’attività di negoziazione dei titoli.
 
Che il giudizio arbitrale avanti all’ICSID e l’azione civile nei confronti dell’intermediario non siano sovrapponibili è, del resto, reso manifesto dal fatto che potrebbe configurarsi una responsabilità dell’intermediario nella prestazione del servizio di investimento, o anche una patologia del contratto di intermediazione finanziaria, senza che ricorra una violazione delle norme convenzionali contenute nell’Accordo di Buenos Aires tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica argentina del 22 maggio 1990 (cui ha dato ratifica, come si è detto, la I. n. 334 del 1993); così come, viceversa, potrebbe delinearsi una responsabilità dello Stato emittente senza che, in concreto, l’intermediario sia da considerare inadempiente e senza che il contratto da lui concluso con l’investitore possa ritenersi affetto da alcun vizio, genetico o funzionale. In tale prospettiva, la previsione normativa dell’impossibilità, da parte dell’investitore, di agire nei confronti dell’intermediario in pendenza del procedimento arbitrale risulterebbe priva, dunque, di un razionale fondamento giustificativo e realizzerebbe, anzi, una violazione del principio costituzionale della tutela giurisdizionale dei diritti (art. 24 Cost.).
 
Non esiste pertanto alcuna ragione giuridica che impedisse ai ricorrenti di agire in giudizio nei confronti dell’intermediario nonostante la pendenza del procedimento arbitrale avanti all’ICSID.

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