Nullità dei singoli ordini di investimento (fuori sede) privi della clausola informativa sul recesso



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Cass. Civ., Sez. I, 17 ottobre 2018, n. 25996

di Antonio Zurlo

 


Premessa

La Prima Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione, con la recentissima ordinanza in oggetto, ha, senza soluzione di continuità con l’orientamento manifestatosi in seno alla giurisprudenza di legittimità, riaffermato la caratterizzazione esclusivamente “funzionale” del requisito della forma scritta, richiesto per il contratto – quadro, ex art. 23 TUF, stante la prospettiva, quasi paternalistica, di tutela del cliente – investitore, propria della nullità de qua. In un’ottica tutelare non dissimile deve, peraltro, essere collocata la necessaria presenza di una clausola informativa sulla facoltà di recesso, ove l’operazione di investimento sia stata perfezionata fuori dai locali dell’Intermediario e, quindi, con iniziativa partita da quest’ultimo (e non dal cliente) e con un potenziale deficit decisorio in capo all’investitore. 

  1. Lettura “funzionale” del requisito della forma scritta

Il Collegio, come anticipato, ritiene meritevole di accoglimento e condivisione la statuizione della Corte territoriale, in quanto del tutto conforme all’orientamento per cui, in tema di intermediazione finanziaria, l’art. 23 del D.lgs. n. 58/1998, ove imponga la forma scritta, a pena di nullità, per i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento, debba considerarsi ragionevolmente riferito ai contratti – quadro e non ai singoli ordini di investimento (o disinvestimento), che vengano, in momenti successivi, impartiti dal cliente all’Intermediario (dal momento che la validità di quest’ultimi non è assoggettata a requisiti formali), salvo diversa previsione dello stesso contratto quadro[1].

Forma scritta convenzionale, in effetti, ricorrente nel caso di specie, ove una specifica clausola del contratto di negoziazione, sottoscritto tra cliente e Intermediario, testualmente prevedeva che il cliente potesse impartire i propri ordini per iscritto, a mezzo specifico modulo, lettera, telegramma con copia, telex, telefax, o in forma telefonica, ferma restando la registrazione da parte della banca e/o dei promotori, di cui la stessa si avvale, delle relative conversazioni, oppure, da ultimo, con sistema telematico. A tal riguardo, la Corte d’Appello, avendo rilevato che gli ordini di investimento risultavano sottoscritti dal rappresentante dell’appellante, cui la stessa aveva conferito ampia procura, prodotta e mai disconosciuta, per operare e disporre nelle forme più varie nei confronti della banca, aveva rigettato la domanda di nullità delle operazioni finanziarie de quibus[2], in ossequio al principio per cui il summenzionato requisito della forma scritta del contratto – quadro (nell’ambito dei servizi di investimento, espressamente disciplinato dall’art. 23 del D.lgs. n. 58/1998) sia da considerarsi pienamente rispettato anche laddove il contratto, redatto per iscritto e consegnato in copia al cliente, risulti sottoscritto dal solo investitore, non essendo necessaria anche la sottoscrizione dell’Intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti posti in essere[3]. Siffatto accertamento, effettuato sulla base del materiale probatorio acquisito, non è sindacabile in sede di legittimità, essendo, difatti, inammissibili le censure finalizzate a ottenere una rivisitazione (e, consequenzialmente, una differente ricostruzione) delle risultanze istruttorie[4].

  1. Offerta “fuori sede” e clausola informativa sul recesso: una necessaria estensione della tutela

Il Collegio, al contempo, evidenzia nell’ordinanza de qua come, in tema di diritto di recesso, ex art. 30, sesto comma, TUF, in virtù del quale, la circostanza fattuale che l’operazione d’investimento sia stata perfezionata al di fuori dalle sede dell’Intermediario concorra a rendere necessaria una speciale tutela per l’investitore al dettaglio[5], perché ciò significa che, perlomeno nella generalità dei casi, l’iniziativa alla base dell’investimento non sia originata da un convincimento di quest’ultimo, ovvero non sia una conseguenza logica e diretta di una premeditata decisione dello stesso investitore, il quale a tale scopo si sia recato presso la sede dell’intermediario: l’operazione finanziaria, così caratterizzata, nasce, viceversa, da una sollecitazione, instillata da promotori, della cui opera l’Intermediario si avvale; sollecitazione che, in quanto tale, potrebbe aver colto l’investitore impreparato ed averlo indotto ad una scelta negoziale non sufficientemente meditata[6].

Delineata la genesi dell’operazione di investimento, il differimento dell’efficacia del contratto, con la correlata possibilità di recedere, nel frattempo, senza oneri a carico del cliente, è elemento idoneo a ripristinare, a posteriori, l’eventuale mancanza di un’adeguata riflessione preventiva, che la descritta situazione potrebbe aver causato. Ne consegue che il diritto di recesso, accordato all’investitore, dal sesto comma dell’art. 30 TUF e, al contempo, la previsione della nullità dei contratti nei quali il diritto de quo non sia stato contemplato (esplicitata nel successivo settimo comma) debbano trovare applicazione non soltanto nel caso in cui la vendita fuori sede di strumenti finanziari da parte dell’Intermediario sia intervenuta nell’ambito di un servizio di collocamento prestato dall’Intermediario medesimo in favore dell’emittente o dell’offerente di tali strumenti, ma anche laddove la medesima vendita fuori sede abbia avuto luogo in esecuzione di un servizio d’investimento diverso, ivi compresa l’effettuazione di ordini impartiti dal cliente in esecuzione di un contratto quadro, ove ricorra la stessa esigenza di tutela[7].

 

[1] Pare opportuno evidenziare come il principio di cui all’art. 1352 c.c., secondo cui la forma convenuta dalle parti per la futura stipulazione di un contratto si presuma pattuita ad substantiam, sia estensibile, ai sensi dell’art. 1324 c.c., agli atti successivi a quella stipulazione, esattamente come nell’ipotesi degli ordini suddetti (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 9 agosto 2017, n. 19759; Cass. Civ., Sez. I, 2 agosto 2016, n. 16053).

[2] Domanda, invero, rigettata anche in primo grado, dal Tribunale di Roma. 

[3] Così, Cass. Civ., Sez. Un., 16 gennaio 2018, n. 898, già annotata per questa rivista, alla pagina http://www.dirittodelrisparmio.it/2018/01/17/il-contratto-quadro-sottoscritto-solo-dallinvestitore-e-valido/. In senso conforme, Cass. Civ., Sez. VI, 21 giugno 2018, n. 16406, con nota di M. Chironi, La Cassazione sulla validità dei contratti “bancari” monofirma, in Diritto del Risparmio – Osservatorio del diritto, 25 giugno 2018, http://www.dirittodelrisparmio.it/2018/06/25/la-cassazione-sulla-validita-dei-contratti-bancari-monofirma/.

[4] È compito esclusivo del giudice del merito individuare le fonti del proprio convincimento, assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr. Cass. 19547/2017; Cass. Civ., Sez. VI, n. 7931/2013; Cass. n. 26860/2014; Cass. n. 962/2015; Cass. n. 16056/2016; Cass. n. 9097/2017).

[5] Il secondo comma dello stesso art. 30 TUF esclude, infatti, gli investitori professionali.

[6] In tal senso, Cass. Civ., Sez. Un., 3 giugno 2013, n. 13905.

[7] Cfr. Cass. nn. 7776/2014, 1368/2016, 9134/2016, 3644/2018.

 

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. I, 17 ottobre 2018, n. 25996

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