Prova del credito in assenza degli estratti conto – Valerio Pennetta



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Commento alla Sentenza Cass. Civ. Sez. I, n. 6384/2017

di Valerio Pennetta

 


Con questa sentenza la Corte di Cassazione ha affrontato il problema della prova in giudizio del credito da parte della banca in assenza degli estratti conto. La lite vede contrapposti la banca (controricorrente nel giudizio dinnanzi alla Cassazione) e un’impresa fallita (ricorrente, rappresentata dal curatore fallimentare). La lite ha inizio nel 2004, quando la banca chiede l’ammissione al passivo di un credito di Lire 324.952.594, risultante da due conti correnti intestati all’impresa di cui sopra. Il Tribunale di Reggio Calabria, con sentenza del 2 febbraio 2004, rigetta la domanda. La banca, dunque, proponeva ricorso in Corte d’Appello, la quale, con sentenza del 27 aprile 2007, ammetteva al passivo la ricorrente, riconoscendole un credito pari a Euro 85.873,76. Nella sentenza della Corte d’Appello, di particolare importanza è il fatto che non si sia proceduto al rinnovo del c.t.u. (art. 61 c.p.c.) per il ricalcolo dell’ammontare del credito, al contrario fissandolo per l’importo pari a quello calcolato dal c.t.u. di primo grado. Alla base di questa (discussa) decisione la Corte ha rilevato come le clausole che richiamavano agli usi per la determinazione degli interessi ultra-legali erano da considerarsi nulle dall’entrata in vigore della L. 17 febbraio 1992, n. 54 (il cui art. 4 c. 3 prevede che “Le clausole contrattuali di rinvio agli usi sono nulle e si considerano non apposte”) e le clausole contrattuali che prevedevano la capitalizzazione trimestrale degli interessi si ponevano in contrasto con l’art. 1283 c.c. (in tema di anatocismo, il quale prevede che gli interessi possono produrre interessi dal giorno successivo alla loro scadenza o per effetto di convenzioni, successive alla predetta data, stipulate tra le parti, sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi, dunque non tre, come nel caso di specie). Infine, e questo è uno dei punti maggiormente discussi dinnanzi agli ermellini, il giudice di secondo grado ha affermato che il consulente aveva risposto compiutamente ai quesiti postigli, essendo riuscito a determinare il saldo finale nonostante la banca non aveva prodotto gli estratti conto relativi al breve periodo compreso tra il 9 e il 30 aprile 1993. Questo è stato possibile grazie all’utilizzo di un apposito software, che ha dunque permesso al c.t.u. di determinare il saldo finale a partire dal momento di apertura del c/c.

La società, nella persona del curatore fallimentare, impugna la sentenza presentando ricorso in Cassazione. Il quadro di riferimento, dal quale bisogna partire per inquadrare correttamente la sentenza, è il seguente: nel contratto di c/c (stipulato in data anteriore dell’entrata in vigore della l. 54/92) erano previste, tra le altre, due clausole relative agli interessi. La prima riguardava la determinazione degli interessi ultra-legali, rimessa, come già evidenziato, agli usi; la seconda invece prevedeva la capitalizzazione trimestrale degli interessi. La nullità di queste clausole impone alla banca di produrre tutti gli estratti conto a partire dal momento di apertura del conto corrente, al fine di procedere al ricalcolo del saldo finale, onde evitare che il suo ammontare comprenda anche gli interessi illegittimi, in quanto derivanti da clausole nulle. Nel caso di specie, la banca non aveva provveduto alla produzione di tutti gli estratti conto ma, come evidenziato sopra, il consulente tecnico (c.t.u.) era comunque riuscito a determinare il saldo finale grazie all’utilizzo di un apposito software. Sul punto due sono i motivi affrontati dalla Cassazione (lasciando, dunque, fuori dall’analisi questioni di natura meramente procedurale, per le quali rimando alla sentenza).

Il primo motivo attiene alla prova del credito. Il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2697 c.c. (relativo all’onere della prova) e degli artt. 61 e 115 c.p.c. (rispettivamente relativi al consulente tecnico ed alla disponibilità delle prove), ritenendo indispensabili gli estratti conto al fine della determinazione del saldo finale. Il curatore fallimentare, per mezzo dei legali, censura la sentenza per aver ritenuto provato il credito della banca, nonostante la mancata produzione degli estratti conto e le dichiarazioni iniziali del c.t.u., il quale aveva segnalato l’impossibilità di ricostruire i movimenti dei conti correnti relativi al periodo anteriore al 30 aprile 1992 ed a quello posteriore al 23 dicembre 1993. Tuttavia la sentenza di secondo grado, come ampiamente sottolineato, ammette al passivo la banca per un importo determinato (in parte, s’intende) per mezzo di un software, il quale ha sopperito alla mancanza degli estratti conto. La Corte di Cassazione ritiene infondato il motivo, sostenendo che, ferma l’inutilizzabilità di criteri presuntivi od approssimativi (cfr. Cass., Sez. VI, 13/10/2016, n. 20693; Cass. Sez. I, 20/09/2013, n. 21597; 19/09/2013, n. 21466), non risulta che l’estratto conto sia l’unico mezzo di prova di cui la banca possa utilmente avvalersi ai fini della dimostrazione delle operazioni effettuate sul conto corrente, non essendo previste limitazioni al riguardo. La prova, dunque, può essere dedotta anche senza l’utilizzo degli estratti conto, per mezzo, per esempio, di schede di movimenti ovvero di altri atti o documenti idonei ad attestare il compimento dei negozi da cui derivano, nonché il titolo, la natura e l’importo delle operazioni oltre che, ovviamente, l’annotazione in conto delle relative partite (il corsivo è citazione della sentenza).

Il secondo motivo attiene alla presunta carenza di un’adeguata motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. Tale fatto in questione è l’impiego del software in sostituzione degli estratti conto. In ogni caso l’art. 366bis c.p.c., nella sua seconda parte, prevede che “nel caso previsto dall’articolo 360, primo comma, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione”. La Corte ritiene non soddisfatta questa esigenza (non avendo il ricorrente inserito nel ricorso un momento di sintesi delle censure), e dunque dichiara inammissibile il motivo.

In conclusone, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.


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