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«La scienza deve essere dubitativa e deve anche insegnarci a esserlo.»

La scienza deve essere dubitativa e deve anche insegnarci a esserlo: tutti gli sforzi di fissare concetti univoci, assoluti e chiari sono destinati a risolversi in nulla più che in un banale tentativo di voler stringere l’acqua fra le dita.

Al netto di alcuni passaggi di difficile lettura per i profani della fisica teorica e quantistica, il senso delle sei lezioni è assolutamente chiaro: la nostra conoscenza è un percorso “accidentato”, realizzato per tentativi, descritto da relazionalità tra accadimenti, eventi, soggetti, che esistono (per come li conosciamo) solo nel loro rapporto dell’uno rispetto all’altro.

La scienza è una sorta di forma di sovversione concettuale, nella quale tutto assume un significato relativo, dettato dell’impossibilità di osservare se non dall’interno dello stesso sistema dei fenomeni osservati. Il progresso non è semplice, perché fondato su scoperte spesso fortuite, sicuramente non programmate e che, molte volte, disattendono persino gli obiettivi fissati in partenza, mostrandone la fallacia. È sedimentazione, è portarsi appresso la giusta quantità del sapere passato, né troppo poca, né, tantomeno, troppo zavorrati. L’unica ricetta sono “tentativi ed errori”.

In fondo, nonostante l’acquisizione di tante conoscenze, siamo ancora “spersi” e “ignari”, proprio come l’Adamo e la Eva di Milton, appena scacciati dal paradiso terrestre, mutuando l’efficace passaggio conclusivo del saggio.

Di fronte a noi, un futuro possibile.

Anzi, ogni futuro possibile.

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