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«La storia di Ugo Giramondi: un uomo doppiamente prigioniero»

Ugo Giramondi è un uomo doppiamente prigioniero: della sua cella di San Vittore, a scontare la sua condanna, per il duplice omicidio della sua compagna e del suo più caro amico, del quale non ricorda assolutamente nulla; del suo silenzio, nel quale è piombato dopo aver assistito, inerte, alla morte improvvisa dell’amato nonno, capostipite dell’imprenditorialità di famiglia, cui lui stesso, Ugo, ha posto fine, troncando ogni aspettativa anche del padre.

Il silenzio, anche indotto da questo suo sopravvenuto mutismo, funge da cassa di risonanza del tempo e dei sensi di colpa, che, arcigni, lo attanagliano nella sua doppia prigionia: il non aver potuto fare nulla, da bambino, per salvare il nonno, vittima dell’ennesimo arresto cardiaco della famiglia; l’aver distrutto le aspettative del padre, sul futuro della loro ferramenta di famiglia, da implementare e rendere grande, e, per converso, venduta a una multinazionale d’oltralpe.
Nel tempo dilatato della prigione, ecco, quindi, che c’è spazio per il racconto del passato e dei protagonisti che lo hanno animato: a ciascuno è dedicato un fotogramma, un momento, un ricordo, per valorizzare ruolo e unicità. 

Poi, giunge la dinamica processuale; quella per accertare una verità, tra tante ipotesi: tra l’arringa di un PM “famelico” di palcoscenico e quella morigerata, ma coraggiosa, dell’Avvocato Alfio Rinaldi, “il più bravo penalista che c’è a Milano”.
Finanche la sentenza non disvela la verità, così arditamente segretata dietro a tutta la coltre di silenzio.

Sino a una svolta inattesa.

L’impresa che era di famiglia naviga in cattive acque; la casa madre francese punta a dismetterla: riaffiora nel Giramondi l’animo del “Chiodo” (come veniva, scherzosamente, apostrofato nonno Giandomenico). Butta giù un piano imprenditoriale futurista e lungimirante, si riappropria, dalla sua cella, di quel futuro, che, anni prima, aveva deciso di rifiutare. Si riappacifica anche con quel passato, con il tormento delle sue colpe troppo intime, anche per essere espresse a parole.

La prima condanna è stata scontata.
Poi, proprio sul finale, arriva anche la seconda “riabilitazione”, forse quella più attesa, quella che gli riconsegna anche il dono della parola. Da uomo, se non ancora libero, perlomeno innocente.

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