2 min read
«Non avrei mai creduto che fosse un buon affare vivere dieci giorni di fame e di sete per il mare. Ma lo è.»

Una storia di mare e di sopravvivenza intesa come incapacità di morire più che voglia di vivere.
La speranza, l’incredulità, la forza di volontà e l’incapacità di cedere alla stanchezza, al caldo, al freddo, al sole, alla fame, alla sete, alla paura.
L’uomo che cade dal cacciatorpediniere della Marina Militare della Colombia non si rende conto di cosa gli sia accaduto, non subito.
Dapprima è certo che presto verrà recuperato dai suoi stessi compagni, accortisi dell’incidente, ma l’imbarcazione si allontana e sparisce all’orizzonte.
Allora inizia a scrutare il cielo, certo che presto il soccorso arriverà dall’alto, ma nemmeno così trova pace e conforto.
È stato già dimenticato.
E allora vive adattandosi alla sua situazione, muta le proprie abitudini appiattendole sulle poche convinzioni e le rigidissime condizioni di vita.
Vive e poi sopravvive e poi semplicemente non riesce a morire, ma in verità non demorde e continua a sperare.
Spera e subisce. Subisce, ma non si arrende.
Lotta, ma non troppo, sopravvive come può, più per mero istinto che per volontà, senza alcun merito evidente.
Tanta fortuna e buona tempra.
Dopo dieci giorni da naufrago, senza mangiare, senza bere, stremato, finalmente trova soccorso.

Viene assistito, il marinaio, ma a lenire le ferite arriva ben presto la fama, vero balsamo curativo e nettare rivitalizzante; grazie alla curiosità del mondo che decide di interessarsi alla sua storia, Luis Alejandro Velasco diventa un eroe!
Eroe del popolo, ma anche dei giornalisti che raccontano e romanzano la sua storia; eroe dell’industria pubblicitaria che lo rende ricco per poche battute e senza sforzi.
Eroe involontario di un tempo – il 1955 – che è già propenso alla spettacolarizzazione del dolore e alla creazione di eroi senza merito, nati dalla loro stessa sfortuna e dimenticati alla successiva tragedia da reclamizzare.

Seguici sui social: