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«La contingenza non passa tra le righe e tutto resta lì dove è stato posto, sulla carta stampata.»

Costanza Safamita è l’unica figlia femmina di una ricca famiglia siciliana: fortemente amata dal padre fin dal suo primo gemito quanto avversata dalla madre che rivede in lei i segni di un peccato di cui forse vorrebbe disfarsi. Come spesso accade (almeno nei romanzi) Costanza è molto più arguta e sagace dei fratelli maschi, forse l’unica in grado di ben gestire il grande patrimonio familiare. Ma, appunto, è femmina, nella Sicilia di fine Ottocento.

La predilezione del padre la porrà presto in conflitto con i fratelli e la necessità di contrarre un buon matrimonio la porterà a condividere la propria vita con un giovane godereccio e dissoluto, consumata da un amore anomalo, sempre in bilico tra sentimenti contrastanti e struggimenti dell’animo.

Una vita infausta quella di Costanza, quasi fosse collocata in uno spazio-tempo inadeguato al suo animo, alle attitudini e alle capacità che la contraddistinguono. Una vita vissuta al massimo delle proprie capacità, con un bagaglio emozionale limitato, privo del primo e più morbido rifugio: l’amore materno.

La storia di Costanza e dell’intera famiglia viene narrata da Amalia, la sfortunata balia che le resterà accanto per tutta la sua breve vita e che, povera e senza famiglia, si ritroverà a vivere in una grotta con la nipote inferma.

Il racconto si snoda pigramente tra nomi, parentele, matrimoni e pettegolezzi, talvolta così lentamente da sperare che il paragrafo si dissolva in un alito di vento o prenda il sopravvento qualche evento imprevisto. Lo stile, però, è assolutamente impeccabile e accattivante. Variabili che disorientano il lettore.

Non un capolavoro, né la migliore opera dell’autrice, solo un ginepraio di zii, cugini e parenti vari in cui districarsi con le movenze, il savoir faire e le consuetudini di un tempo lontano.

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