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«Un romanzo che mescola realismo magico, onirismo e riflessioni esistenziali: tutti i tratti distintivi della poetica di Murakami.»

La trama, non convenzionale – che si dipana in uno stile che oscilla tra l’ipnotico e l’introspettivo – racconta della storia di un uomo, sempre innominato, che il lettore conoscerà solo per il tramite delle sue vicissitudini personali, un po’ al di qua e un po’ al di là delle alte mura “incerte” che cingono la città immaginaria, nella quale si svolgono parte degli eventi narrati.

E’ fondamentalmente la storia di un primo amore, adolescenziale, puro e impacciato; di quelli che, probabilmente, accadono una sola volta nella vita e che lasciano, per sempre, il ricordo vivo nei due amanti. Una passione fatta dalla condivisione di momenti semplici, tra passeggiate lungo il fiume, in riva al mare, speranze discretamente sussurrate su una panchina e una pudica corrispondenza epistolare. Sinché lei racconta a lui di una città circondata da alte mura, nella quale vive la sua vera essenza; una città che non abbisogna di tempo, né di ombre, vivendo in un eterno, ciclico presente; nella quale la gente parla poco, vede poco, si conosce ancora meno.

Lui, adulto, rincorrendo questo amore passato, oltrepassa, quasi a sua insaputa, quelle mura alte e incerte, entra nella città e ne diviene il lettore dei sogni, custoditi nella biblioteca cittadina. Ritrova lei, ma è una lei diversa: affettuosa, ma distaccata; attenta, ma non affettata. Il timore di restare, per sempre, confinato in una dimensione sconosciuta spinge il protagonista a salvare prima la sua ombra – abbandonata, come di dovere, all’ingresso – e, poi, se stesso, riproiettandosi nel mondo al di qua delle mura incerte.

Dà un taglio netto alla sua vita, rincorre una nuova professione (quella di bibliotecario) e un luogo diverso dove tornare a vivere: un paesino piccolo, anch’esso innominato, antiteticamente opposto alla frenesia della grande metropoli di provenienza.

Qui, rincontra l’amore o, perlomeno, un sentimento d’affetto, per l’avvenente barista del posto, anche lei disaffezionata ai limiti dell’anaffettività. Ne nasce una bella simpatia e una solida condivisione d’intenti.
Sino all’avvento sulla scena di un ragazzo taciturno, con sindrome del savant, che divora libri, in un assordante silenzio. Che non si relaziona con nessuno, ma che conosce quella città dalle alte mura incerte, bene al punto da volerla raggiungere e farne parte.

Il romanzo si gioca tutto su un rimpallo tra le due realtà, con le mura a fare da immaginaria rete a metà campo; uno scambio così veloce, in alcuni momenti, che, alla fine, il lettore non sa più in quale delle due realtà è stato accompagnato: se in quella con le ombre, più materiale; o in quella senza ombre, onirica, quasi magica, contornata da mura che altro non sono che i limiti che ciascun abitante (od ospite) della città si autoimpone.

E, difatti, delle volte, per quanto possano apparire alte, per superarle basta voler volare più alto. E avere fiducia, in se stessi.

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