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«Un racconto autobiografico di una straordinaria bellezza.»

Benedetta convive, da sempre, con un’assenza importante: quella di suo padre, Walter Tobagi, giornalista e presidente del sindacato dei giornalisti lombardi, assassinato da una semisconosciuta formazione terroristica, sul finire di maggio del 1980. Quando aveva trentatre anni e sua figlia Benedetta soltanto tre.

Il romanzo è il racconto di come una figlia, costretta a confrontarsi con un cognome impegnativo, decida di compiere un viaggio dentro la propria storia famigliare, dentro la sua storia, dentro la storia di un’Italia segnata dagli anni di piombo, dei quali, tuttora, la realtà è frammista alla mistificazione. E’ un viaggio doloroso, come le anticipa nonno Ulderico, ma necessario, nel tentativo di trovare un senso a qualcosa che, probabilmente, è destinato a restarne per sempre senza.

Il dolore è qualcosa che spaventa; spaventa chi lo subisce, chi lo prova, così come spaventa tutti gli altri, che stanno (più o meno) vicini; avvicinarcisi fa molta paura, ma diventa necessario quando è un debito di verità che lo impone. La verità è quella che cerca la bambina ormai cresciuta, che ha visto suo padre riverso per terra, brutalmente sottratto alla vita, e che, per lungo tempo, nella sua innocenza, si è colpevolizzata di non averlo aiutato. La verità è quella che cerca una figlia, che, avvicinandosi in punta di piedi, alla figura pubblica del proprio padre, conosciuto per troppo poco tempo, cerca di recuperarne i tratti caratterizzanti, la professionalità, la vocazione, il senso di giustizia. E’ un susseguirsi di nomi, articoli, appunti, ricordi, racconti, richiami, scoperte, che intersecano indissolubilmente la vita privata della famiglia Tobagi con quella degli anni più bui della politica italiana e della società cui faceva da riferimento.

La verità è anche quella che cerca Benedetta, che, timorosa, s’avvicina allo studio del padre, un luogo quasi sacro, “un mare di carta”, un posto del cuore che, al tempo stesso, la intimidisce: è lì, però, che riuscirà a incontrare la “voce” di papà Walter, i suoi pensieri, le sue passioni, i suoi dubbi, le sue perplessità, il suo perseverare.
Poi, c’è il contraltare al dolore personale, forse non più urente e trafittivo come all’inizio, ma solo perché ci si impara a convivere: è la vita degli altri, di quelli che quel dolore lo hanno creato, di quelli che non si sono pentiti o che, invece, lo hanno fatto, cercando un perdono, che non può arrivare.

Alla fine della ricerca resta l’amarezza per un senso di incompiutezza, imposto dalle lacune insanabili della storia e della convenienza umana; per l’impossibilità di comprendere, a fondo, cosa sono stati, per l’Italia, gli anni Settanta, tra silenzi, voci forti, potenti, innocenti, gioie perdute e ferite mai rimarginate.

Di sicuro, però, una verità non è sfuggente: quella di incontrare un padre ritrovato.
D’altronde, l’amore contiene il segreto di quel che resta, che torna, che continua a vivere, “perché forte come la morte è l’amore”; purtroppo, non più forte, ma, perlomeno, tanto quanto.

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