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«Un romanzo distopico, a epistole, che raccontano, dissacranti, la nostra umanità dal punto di vista dei "funzionari" del diavolo.»

La corrispondenza tra l’esperto, affezionato Zio Berlicche, “Sua Abissale Magnificenza”, e il giovane, sbarbatello nipote apprendista Malacoda sono già di per sé un’antitesi in termini, un gioco di prestigio creato ad arte da Lewis: qualcosa di intimo, di riservato, reso pubblico e, peraltro, destinato a coloro che sono dissezionati, nelle loro virtù e nei loro vizi, nelle stesse lettere; in più, c’è l’avvertenza in prefazione: il diavolo è bugiardo.

In un sovvertimento integrale del punto di vista ordinario, gli esseri umani sono scherzati dagli studi dei dipartimenti diabolici, che ne hanno analizzato costumi, tendenze, debolezze, da strumentalizzare per sottrarli, nella sempiterna lotta tra bene e male, dal “Nemico”, Dio.
Ecco, dunque, che l’amicizia, l’amore, l’ossessiva ricerca del consenso e dell’apprezzamento sociale, finanche la spiritualità diventano grimaldelli per traviare lo spirito umano, che deve essere affannato nella ricerca di felicità sempre più precarie, soddisfazioni effimere, aspettative sistematicamente disattese e prospettive deluse.

È una battaglia di prospettiva, nella quale tutto può essere sapientemente travisato, in cui il fine giustifica i mezzi: l’importante è saper sempre solleticare le giuste corde, alimentare l’ossessiva e compulsiva attesa di un futuro che mai si realizzerà.

Invero, il male supremo non è come nell’immaginario collettivo, ma si annida, insospettabile, nella realtà di tutti i giorni, in uffici puliti, caldi, accoglienti, coi tappeti e ben illuminati, ordinato da uomini tranquilli, coi colletti bianchi, guance rasate e voce calda.
D’altronde, il più grande inganno del diavolo è far credere al mondo che non esista.

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