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«La Storia e i suoi ricorsi: non abbiamo imparato ancora.»

“Grosseto fu l’unica diocesi in Europa ad aver stipulato un regolare contratto di affitto con un gerarca fascista per realizzare un campo di internamento” si legge nella quarta di copertina e nella nota dell’autore, invece, si scopre che il Vescovo, mai pagato dal gerarca, chiese i soldi dell’affitto allo Stato liberato.

Un libro forte perché prende spunto da fatti realmente accaduti; in Maremma (come in tanti altri luoghi d’Italia) vennero creati dei campi di internamento, primo passaggio per la meta finale: la morte in un campo di sterminio.

Un campo di internamento poteva sorgere ovunque, anche proprio dietro casa ed era lì che i compaesani venivano “depositati” e poi deportati.
Lì che finiva chi osava reagire, chi dissentiva e chi era semplicemente e inspiegabilmente sospettato di avere un proprio pensiero.

In queste pagine si legge della guerra, ma anche della “guerra nella guerra”, che non ha un’unica sfaccettatura.
C’è la guerra della famiglia che si consuma in casa, quando non si ha di che sfamare i figli e quando i più deboli si spengono lentamente perché logorati e sfibrati dal sacrificio fisico e mentale.
C’è la guerra fratricida perché ognuno ha il suo pensiero e spesso l’ideale, la bandiera e la divisa ti portano a sparare in fronte al tuo amico perché ognuno ha deciso di barricarsi nella fazione opposta.
C’è la guerra del riscatto, quella che inizia quando la guerra finisce e bisogna lottare per ricostruire.

Ognuna di queste guerre è devastante e lascia dietro di sé vuoti incolmabili, numericamente incalcolabili, socialmente disastrosi e moralmente inconfutabili… o forse no.
In ogni guerra c’è la fase dell’insabbiamento delle azioni deplorevoli e delle omissioni e alla fine cosa accade?
Alla fine c’è chi dimentica il dolore, per sopravvivere; c’è chi cancella la storia per negarne le brutture e c’è chi lotta ad oltranza affinché l’orrore si cristallizzi nella storia e resti da monito per le generazioni future.

Ma la guerra si ripete sempre perché noi, evidentemente, non abbiamo imparato ancora.

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