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«Un'escape room di parole.»

Il registro lineare del racconto si scontra con la labirinticità degli accadimenti narrati, che si ripetono quasi in loop, con la complicazione di essere raccontati da punti di vista differenti.

Ecco, quindi, che si scivola da un personaggio all’altro, nessuno di tutti banale, attraverso quattro disegni, “strani”, perché, sotto la superficiale accozzaglia di colori, proporzioni, linee sghembe, celano un mistero, che, paradossalmente, unisce tutti quei tratti di pastello, anche distanti decine di anni tra loro.
Una donna al vento, un appartamento scarabocchiato, un bozzetto di un professore d’arte, un albero che protegge un passero: basterebbe, forse, questo per ispirare il lettore alla lettura, spinto dalla curiosità di comprendere lo “strano” fil rouge del fenomeno editoriale del momento.

La storia di Uketsu, però, oltre al gioco di orienteering è molto altro. È il racconto dell’incapacità di amare, con cui l’amore diviene un sentimento folle e crudele, egoistico e irrazionale. È senso di riconoscenza e di riscatto, per il sacrificio degli altri.

È il racconto del mondo, della sua verità, fatta di cose felici e di altrettante tristi, con gli occhi di un bambino.
L’unico che, dietro “strane” linee, sa celare indicibili verità.

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