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«Quella raccontata da Paul Auster è una sorta di allegoria della vita.»

Quella raccontata da Paul Auster è una sorta di allegoria della vita: quasi come nell’Ecclesiaste, c’è un tempo per ogni cosa; un tempo per volare; un tempo per tornare coi piedi saldamente per terra.

E’ la storia, autobiografica, di Walter Claireborne Rawley, un ragazzino senza famiglia e senza futuro, dell’America degli anni Venti. Vive per strada e nelle strade della sua Saint Louis, finché non incontra, in un’epifania, un mentore particolare, Maestro Yehudi: un personaggio misterioso, che lo “riscatta” dal perfido zio e gli promette, al termine di una lunga e faticosa gavetta, di insegnargli a volare.

E’ chiaramente scettico il piccolo Walt, ma cede al fascino di quella proposta stravagante e s’affida a questo nuovo, strano tutore, che gli impone un percorso formativo massacrante, nel fisico, ma anche nella mente. Lo inserisce in una “strampalata” famiglia, con una nativa indiana e un ragazzino di colore: primo, vero focolare domestico, che sarà atrocemente spazzato via dal razzismo bianco imperante in quegli anni difficili.
Nella disperazione, in uno dei suoi picchi, Walt scopre di sapersi effettivamente sollevare da terra e librare a mezz’aria. Superato l’inziale stupore, esercita il suo talento, affidandosi ancor più pienamente alla guida del suo Maestro, che aveva saputo trasformare in una solida realtà una irreale promessa. Diventa una star, il Bambino prodigio: il figlio di nessuno, riconosciuto e acclamato universalmente per il suo talento cristallino.

Finché, un giorno, arriva il tempo di tornare, saldamente, sulla terra. Ecco, quindi, che il ragazzo volante diventa, ironia della sorte, Mr. Vertigo, colui che soffre l’altezza: è tempo di abbandonare le velleità sceniche, di tornare a camminare. La vita gli presenta il conto della popolarità, anche più salato del previsto.

Gli toccherà comprendere che l’esistenza è un peregrinare di addii, scelte, cambiamenti, adattamenti, separazioni; che importante non è solo volare, ma anche (e soprattutto) comprendere quanto è il momento di tornare a vivere per terra.

Senza, pur tuttavia, disperdere la dignità dell’esistenza, per quanto, delle volte, sia arditamente difficile, trovare il bandolo della matassa.

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