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«Scrivere è un gesto terapeutico in sé, che consegna qualcosa di se stessi a qualcun'altro.»

Sono lettere che non raggiungeranno mai il loro destinatario; o perché ignoto e mai conosciuto; o perché indirizzate a un indirizzo sbagliato; oppure, ancora, perché smarrito, disperso, inesistente, immaginario, comunque irraggiungibile, consistente in un ricordo lontano, magari di una giovinezza perduta, di un affetto caro reciso, o anche solo di un sogno, più e meno ricorrente. Insomma, tutti i pensieri che si possono scrivere, ma, per le più svariate ragioni, non si possono recapitare.

Scrivere è un gesto terapeutico in sé, che consegna qualcosa di se stessi a qualcun’altro, a prescindere se ciò che è stato scritto raggiunga (o meno) un ipotetico destinatario. E’ un raccontarsi, alla propria persona e agli altri; per magari, ritrovarsi, a distanza di tempo, rileggendo quelle proprie parole, lasciante andare scientemente alla deriva, senza aspettarsi una risposta.

L’Ufficio postale alla deriva è il luogo fisico e al tempo stesso onirico che accoglie le aspettative, i racconti, i resoconti, le ansie, le angosce di tutti, tutte rigorosamente manoscritte, in un mosaico di storie, amori traditi e amori delusi, lutti, rievocazioni, perdite, incontri casuali, scelte sbagliate, ripensamenti, rimorsi e rancori, ma anche desideri di ritrovare qualcuno (o qualcosa) del proprio passato, un viso, un contatto, un gesto, una sensazione piacevole e rasserenante, un’azione soltanto, magari condivisa fortuitamente.

Diventa un luogo di pellegrinaggio, che impone di riflettere sull’importanza degli sconosciuti, di tutte quelle persone che transitano nella vita di ciascuno, senza lasciare un proprio biglietto da visita, ma, ciò nonostante, sono preziosi; individui senza nome, di cui avere comunque cura. La conoscenza personale, spesse volte frutto di una luce caduta per una casualità, non è una prerogativa essenziale per avere cura degli altri, per destinare loro la nostra attenzione.

In questo crocicchio di volti senza nome, una mancanza dolorosa può trasformarsi in una malinconia dolce, di chi riesce a gioire delle cose finite, solo grazie al fatto di averle, perlomeno, potute vivere.

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