Titolo al portatore: nessun obbligo per la banca di effettuare indagini per sapere se il portatore sia entrato in possesso del titolo in virtù di illeciti, di natura penale.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 7 dicembre 2021, n. 38946.

di Donato Giovenzana

 

L’attrice ha addotto  che i certificati di deposito erano stati emessi nel 1995 e nel 1996, con scadenze di diciotto mesi, e quindi nel 1997 e nel 1998, e che ella li aveva consegnati ai convenuti parenti per timore di furto, incaricandoli della custodia e di riscuotere e consegnarle gli interessi semestrali. Non avendo ricevuto l’interesse alla prima scadenza – 24 gennaio 1997 -, esponeva di avere appreso che i parenti avevano utilizzato i certificati come pegni per garantire aperture di credito bancarie a favore di una società.

La banca aveva concesso l’apertura di credito pur essendo tale società in condizioni di grave dissesto. La banca altresì sapeva che i titoli, pur essendo al portatore, riportavano il nome dell’attrice, e avrebbe anche violato la normativa bancaria compiendo un’operazione a favore di soggetti che non ne erano soci, le operazioni di pegno non essendo state autorizzate dalla Banca d’Italia.

Si costituiva la Banca, resistendo e in particolare opponendo che si trattava di titoli al portatore.

Ed invero anche la Corte d’Appello di Bari rigettava il gravame nei confronti della Banca, per essere i titoli al portatore e per non essere configurabile alcuna responsabilità nell’istituto bancario per la sua condotta.

Secondo la Suprema Corte, è stato effettivamente riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità che, nell’ordinamento giuridico, “pur non sussistendo un dovere generale” dei consociati di “attivarsi per impedire la commissione di fatti dannosi da parte di terzi“, si possono verificare molteplici situazioni che investono i soggetti in esse coinvolti di “doveri e regole di azione, la cui inosservanza integra la nozione di omissioni imputabili“; e nell’ambito bancario “scaturiscono a tutela del sistema“, ma anche “dei soggetti che in esso operano“, sia comportamenti in parte tipizzati, sia comportamenti in parte “enucleabili caso per caso“, la cui mancata effettuazione può costituire culpa in omittendo e così integrare responsabilità extracontrattuale (Cass. sez. 1, 8 gennaio 1997 n. 72).

Tuttavia in un caso assai prossimo alla specifica fattispecie in esame, uno specifico successivo arresto di legittimità  – Cass. sez. 1, 7 giugno 1999 n. 5562 – ha escluso ogni peculiare obbligo di controllo, da parte della banca, del contenuto del rapporto di mandato per l’effettuazione di operazioni bancarie: si è infatti affermato che, proprio a proposito di responsabilità degli istituti bancari per “culpa in omittendo” – intesa come violazione degli obblighi di informazione e di comunicazione riguardanti tutte le operazioni di erogazione di credito -, “la necessità della adozione di doverose cautele informative e conoscitive non si estende sino all’onere di accertamento e di sindacato dei rapporti interni tra mandatario, che chiede l’accesso al credito, e mandante“, che abbia in precedenza consentito al mandatario la costituzione in pegno presso la banca di titoli già acquistati per suo conto dal mandatario in via fiduciaria, escludendosi un obbligo, in capo alla banca, di valutare in concreto se la costituzione in pegno da parte del fiduciario-mandatario “rispondesse effettivamente all’interesse dei clienti mandanti”, l’insussistenza dell’obbligo derivando dall’articolo 1711 c.c. per cui l’eccesso di mandato in relazione allo scopo produce effetti esclusivamente nel rapporto tra mandante e mandatario, e non invece nei rapporti tra il mandatario e i terzi.

Quel che però anche qui dirime è la natura del titolo di credito: si tratta di un titolo al portatore, per cui la banca non poteva qualificarsi come obbligata a verificare i rapporti interni tra il portatore ed altri – eventuali – soggetti, la cui appunto eventuale presenza è in questo caso radicalmente irrilevante, sprigionando i giuridici effetti a livello civile esclusivamente la qualità di portatore del titolo, ontologicamente tale da sconnettere, per così dire, dalle modalità della sua acquisizione. Né, ovviamente, è sostenibile che una banca debba svolgere indagini/approfondimenti in termini penali per escludere che il portatore sia divenuto tale in termini civili sulla base di anteriori condotte criminose, quale presupposto per consentirgli di avvalersi effettivamente dei titoli stessi.

 

Qui l’ordinanza.

 

 

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