La violazione del Codice deontologico nelle ipotesi di conflitto di interessi tra avvocato e cliente



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di Marco Chironi

Con sentenza n. 7030 del 2021, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno affrontato il tema del conflitto di interessi, anche solo potenziale, tra due parti difese dallo stesso avvocato.

La vicenda trae spunto da una sentenza del Consiglio Nazionale Forense, n. 170 del 2020, con cui era stato confermato il provvedimento di un Consiglio Distrettuale di Disciplina che aveva irrogato ad un avvocato una sanzione disciplinare per aver prestato attività professionale in favore di un cliente, nei confronti del quale aveva agito in precedenza per il recupero di un credito professionale. Tale condotta si poneva in palese violazione dell’art. 37 del Codice Deontologico Forense del 17.4.1996. L’avvocato veniva altresì sanzionato per aver affidato alla collega di studio la difesa del soggetto con cui si trovava in conflitto di interessi.

Avverso il provvedimento del Consiglio Nazionale Forense proponeva ricorso per Cassazione l’avvocato sanzionato.

Preliminarmente, le Sezioni Unite hanno osservato come la valutazione operata dal CNF, secondo cui la rinuncia al mandato da parte dell’avvocato fosse “solo fittizia”, non
fosse sindacabile in sede di legittimità.

In ogni caso, le Sezioni Unite hanno precisato come la situazione di conflitto di interessi si configuri ogniqualvolta l’avvocato si ponga processualmente in antitesi con il proprio assistito.

A tal proposito, i giudici di legittimità hanno ritenuto applicabile il principio affermato in
tema di invalidità del conferimento del secondo mandato in ipotesi di procure rilasciate a distinte parti in conflitto, anche meramente potenziale. In tali fattispecie, la parte che abbia conferito per seconda la procura al medesimo avvocato deve ritenersi non costituita in giudizio, posto che un difensore non può assumere il patrocinio di due parti che si trovino – o possano trovarsi – in posizione di conflitto.

Quanto poi ai procedimenti disciplinari a carico di avvocati, risulta orientamento giurisprudenziale consolidato ritenere che la concreta individuazione delle condotte costituenti illecito disciplinare sia rimessa all’Ordine professionale.
Pertanto, in sede di legittimità è possibile prospettare solamente una valutazione di ragionevolezza che attenda alla individuazione del precetto.

Per tali motivi, il ricorso è stato rigettato.

Qui la sentenza

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