Del chargeback.



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Nota a ABF, Collegio di Napoli, 16 dicembre 2020, n. 22885.

di Donato Giovenzana

 

Secondo il Collegio partenopeo i fatti esposti dalle parti sono relativi alla pratica del c.d. “chargeback”, vale a dire del riaddebito, da parte dell’emittente di uno strumento di pagamento di una somma dapprima accreditata a un esercente convenzionato, in seguito all’accertamento dell’uso abusivo dello strumento di pagamento stesso.

Tale riaddebito è reso possibile da talune disposizioni contenute nei contratti di convenzionamento i quali, come nel caso di specie, stabiliscono le seguenti regole:

a) l’esercente è tenuto ad osservare talune regole operative e ad assolvere talune formalità volte ad accertare l’identità dell’utilizzatore della carta;

b) in caso di disconoscimento dell’operazione, l’esercente, su richiesta dell’emittente, deve prestare un servizio di cooperazione informativa, principalmente consistente nel mettere a disposizione dell’emittente la documentazione di vendita (scontrini, fatture, copie della ricevuta sottoscritta da colui che abbia utilizzato la carta e così via);

c) infine, il contratto di convenzionamento include una clausola di chiusura, tesa ad addossare, in ogni caso e senza condizione alcuna, all’esercente il rischio relativo al disconoscimento all’utilizzatore.

La tematica del chargeback è stata oggetto di due pronunce del Collegio di Coordinamento.

In particolare, con la decisione n. 3299/2012 il Collegio ha stabilito il principio per cui la clausola di chargeback è nulla ai sensi dell’art. 1229 c.c. ogniqualvolta essa “conduca all’esclusione di responsabilità dell’emittente” anche ove lo stesso dovrebbe rispondere a titolo di dolo o colpa grave. Al contrario, la menzionata clausola mantiene la propria validità allorché la circostanza che ha reso necessario il chargeback scaturisca dall’inadempimento dell’esercente ai doveri di diligenza e prudenza che gli competono.

Nel caso di specie, risulta che il titolare della carta ha avviato la procedura di disputa il 5/03/2020; l’intermediario si è quindi rivolto alla ricorrente il 0/03/2020 per ottenere la documentazione necessaria per opporsi alla disputa, specificando che il cliente ha contestato l’addebito in quanto sostiene di aver cancellato la prenotazione. Il giorno stesso la ricorrente ha risposto tramite e-mail inviando alla banca l’accordo con il cliente richiedendo di non procedere al rimborso. In atti, tuttavia, risulta una mail intercorsa tra l’albergo ed un’agenzia. L’agenzia accetterebbe (il 6/3/2020, giorno successivo all’apertura della disputa da parte del cliente) la proposta di parziale rimborso dell’acconto (per euro 8.425,00) e di riconoscimento per l’importo residuo di un credito a prestazioni alberghiere da fruire entro ottobre 2021. Dalla documentazione disponibile non si ricava però alcun impegno in tal senso sottoscritto dal cliente, oppure una procura atta a dimostrare che la volontà espressa da tale agenzia di viaggi fosse vincolante per il cliente.

In altri termini, il Collegio deve rilevare una incompleta dimostrazione da parte del ricorrente degli elementi costitutivi della pretesa azionata, giacché lo stesso non ha dato prova di avere messo l’intermediario nelle condizioni di rifiutare il chargeback, fornendogli quelle informazioni che, se note, avrebbero potuto condurre ad un esito differente.

Prive di pregio sono infine le eccezioni del ricorrente in merito all’indirizzo della richiesta di documentazione all’ufficio prenotazioni dell’hotel, e della produzione di documentazione in inglese priva di traduzione giurata in italiano. Quanto al primo aspetto, basta rilevare che la ricorrente ha risposto tempestivamente, ancorché in modo inadeguato, alle missive dell’intermediario; pertanto le modalità di comunicazione adottate da quest’ultimo risultano essere state in concreto idonee ad instaurare il contraddittorio sulla procedura di disputa, a prescindere da ogni considerazione in merito a quale specifico ufficio della cliente dovesse essere destinatario della corrispondenza relativa al chargeback. In merito alla produzione di documenti in lingua straniera, si osserva che la procedura davanti all’ABF è improntata a criteri di semplificazione formale e non impone la produzione di una traduzione giurata per i documenti il cui contenuto non è oggetto di contestazione; d’altra parte, l’inglese è lingua veicolare nei rapporti internazionali e la ricorrente dà prova, dalla documentazione prodotta, di essere in grado di corrispondere anche in tale idioma.

Ne consegue che il ricorso non può essere accolto.

 

 

Qui la decisione.

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