Compensatio lucri cum damno: non sussiste una doppia liquidazione a fronte del medesimo pregiudizio



 Cass. civ., Sez. Un., n. 12565 del 22 maggio 2018

di Pierpaolo Verri

 


Fatti di causa

Con sentenza depositata il 4 ottobre 2013, la Corte d’Appello di Roma condannava il Ministero della difesa ed il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, in solido tra loro, a risarcire Aerolinee Itavia a seguito della sciagura aerea verificatasi nei cieli di Ustica il 27 giugno 1980, in occasione della quale era andato distrutto il DC 9/10-I-TIGI di proprietà della compagnia aerea ed erano decedute 81 persone. La Corte territoriale, però, non riconosceva ad Itavia il diritto a vedersi risarcito sia il danno per la perdita dell’aeromobile, in quanto la stessa aveva già ricevuto un indennizzo assicurativo per lo stesso, sia il danno conseguente alla revoca delle concessioni di volo. La Corte faceva proprio il principio per il quale nella liquidazione del danno da responsabilità civile deve essere detratta, dall’ammontare complessivo del danno, la somma che la vittima del sinistro ha già ricevuto dal soggetto assicuratore. Se così non fosse d’altronde, argomenta la Corte territoriale, si consentirebbe al danneggiato di realizzare un ingiusto profitto, in quanto cumulando indennizzo e risarcimento si trasformerebbe il sinistro in una occasione di lucro. Parimenti, secondo la Corte d’appello, non può legittimarsi il cumulo nell’eventualità in cui, come nel caso di specie, l’assicuratore del danneggiato non abbia manifestato la volontà di surrogarsi a quest’ultimo nei confronti del responsabile, ex art. 1916 c.c.

La questione, a seguito del ricorso principale del Ministero della difesa e del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e del ricorso incidentale della Aerolinee Itavia, perveniva dinanzi alla Terza Sezione della Corte di Cassazione, la quale rimetteva il ricorso alle Sezioni Unite per risolvere la questione giurisprudenziale se nella liquidazione del danno da fatto illecito debba tenersi conto, in detrazione, del vantaggio sotto forma di indennizzo assicurativo che il danneggiato abbia comunque ottenuto in conseguenza di quel fatto.

Motivi della decisione

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione pervengono alla risoluzione del contrasto giurisprudenziale al termine di un lungo percorso argomentativo. Prima facie è però opportuno distinguere ed esaminare i presupposti che si pongono alla base dei due orientamenti che si sono contesi il campo in sede giurisprudenziale sul tema in esame.

Un primo indirizzo esclude la cumulabilità dell’indennità assicurativa e del risarcimento del danno se l’attore non esercita la surrogazione. Secondo questo orientamento, non essendo la surrogazione ex art. 1916 c.c. un effetto automatico del pagamento dell’indennità ma una facoltà il cui esercizio dipende dall’assicuratore, se quest’ultimo non si avvale di tale facoltà allora il danneggiato sarà legittimato ad agire per il risarcimento del danno nei confronti del terzo responsabile senza che questi, completamente estraneo al rapporto assicurativo, possa opporgli l’avvenuta riscossione dell’indennità assicurativa. Tale interpretazione si fonda sul presupposto che la surroga di cui all’art. 1916 c.c. non sia un meccanismo automatico, bensì, richieda, ai fini della propria applicazione, un elemento formale specifico, ovvero la comunicazione, da parte dell’assicuratore nei confronti del terzo responsabile del danno, dell’avvenuta solutio e della volontà di surrogarsi nei diritti dell’assicurato verso il terzo stesso, al fine di rivalersi su quest’ultimo per la somma pagata a titolo di indennizzo. 

L’orientamento giurisprudenziale contrapposto, invece, ritiene che il risarcimento del danno e l’indennità assicurativa assolvano ad un’identica funzione risarcitoria, ragione per la quale non è possibile ritenere legittima la convivenza degli stessi. Secondo tale interpretazione, pertanto, la ricezione da parte del danneggiato dell’indennità assicurativa elide, in misura pari a quanto elargito a titolo assicurativo, il credito risarcitorio che il danneggiato stesso vanta nei confronti del terzo danneggiante. Presupposto di questa linea interpretativa è la diversità dei titoli in base al quale l’assicurato-danneggiato può vantare da un lato l’indennizzo e dall’altro il risarcimento; tale difformità comporterebbe una circostanza nella quale il danneggiato avrebbe un interesse positivo all’avverarsi del sinistro, vedendo cumulare il pagamento dell’indennizzo assicurativo da un lato e del risarcimento del danno da parte del danneggiante dall’altro. Una situazione, quest’ultima, evidentemente iniqua in un’ottica di sistema, non potendo rappresentare il danno un’occasione di lucro per il danneggiato, il quale non può, a seguito del risarcimento, trovarsi in una condizione patrimoniale più favorevole rispetto a quella nella quale si trovava prima di essere vittima del fatto illecito.

Nel dirimere il contrasto giurisprudenziale, le Sezioni Unite della Suprema Corte muovono dal presupposto che la questione rimessa concerna il tema attinente all’individuazione della portata del principio della compensatio lucri cum damno, istituto che prevede la detrazione dalla somma dovuta a titolo di risarcimento del danno delle poste positive che hanno accresciuto il patrimonio del danneggiato in seguito al fatto illecito. Da tale principio si desume come l’accertamento degli effetti pregiudizievoli provocati dal danno non può non tener conto anche degli eventuali vantaggi che sono derivati al danneggiato dall’illecito. Ma se da un lato è pacifico sostenere ciò, dall’altro le controversie interpretative riguardano i limiti entro i quali la compensatio può trovare applicazione, in particolar modo nei casi in cui vi siano due differenti soggetti obbligati con il danneggiato sulla base di due differenti titoli. È il caso della questione in esame, ovvero dell’eventualità in cui da un lato il danneggiato abbia il diritto al risarcimento del danno per responsabilità aquiliana del soggetto danneggiante e dall’altro vi sia un soggetto a sua volta parimenti obbligato con il danneggiato per legge o per contratto, come ad esempio l’assicuratore che si obbliga a rivalere l’assicurato del danno ad esso prodotto da un sinistro. Nel caso di specie, pertanto, il danneggiato ha due distinti diritti di credito che pur avendo fonte e titolo diversi tendono alla medesima finalità, ovvero il risarcimento del danno provocato dal sinistro.

Per affrontare nello specifico la questione e pervenire ad una soluzione interpretativa, le Sezioni Unite danno valenza all’istituto della surrogazione come previsto dall’art. 1916 c.c., per il quale l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso i terzi responsabili. Tale strumento ha una duplice finalità: salvaguardare il principio indennitario in base al quale la prestazione assicurativa non può mai costituire strumento di arricchimento per l’assicurato e conservare il principio di responsabilità per cui l’autore del danno è in ogni caso tenuto all’obbligazione risarcitoria. Ed è proprio attorno all’interpretazione circa l’operatività del meccanismo della surroga che, come si è detto, si è venuta a creare la discrasia fra i due orientamenti giurisprudenziali rispetto ai quali le Sezioni Unite sono state chiamate a dirimere il contrasto.

La Suprema Corte, difatti, perviene alla conclusione per cui non è possibile convalidare ulteriormente la lettura che prevede che la surrogazione operi solo nel momento in cui l’assicuratore dovesse comunicare al terzo responsabile l’avvenuta solutio manifestando contestualmente la volontà di surrogarsi nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiato. In virtù del primo comma dell’art. 1916 c.c. sopracitato, difatti, la vicenda successoria si produce automaticamente al pagamento dell’indennità assicurativa.

Le Sezioni Unite si risolvono pertanto accogliendo la teoria del non-cumulo, sia sulla base di un rilievo comparatistico – riprendendo una pronuncia della Cassazione francese per la quale l’assicurato, una volta tacitato dall’assicuratore, non può più, in tale misura, esercitare contro il terzo responsabile del danno i diritti nei quali l’assicuratore si trova surrogato – sia dando valenza a quanto disposto dall’art. 1589 del codice civile. La lettera di quest’ultima norma, infatti, nei casi di incendio di cosa assicurata, esclude il cumulo prevedendo che “se la cosa distrutta o deteriorata per incendio era stata assicurata dal locatore o per conto di questo, la responsabilità del conduttore è limitata alla differenza tra l’indennizzo corrisposto dall’assicuratore e il danno effettivo”.

Pertanto, una volta che il danneggiato abbia riscosso le somme dovute a titolo assicurativo dal soggetto assicuratore per l’indennizzo relativo al proprio danno, non potrà poi agire parimenti contro il responsabile se non per la differenza, in quanto non può sussistere una doppia liquidazione a fronte di un identico pregiudizio. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione risolvono conclusivamente in tal senso la questione, enunciando il seguente principio di diritto: “Il danno da fatto illecito deve essere liquidato sottraendo dall’ammontare del danno risarcibile l’importo dell’indennità assicurativa derivante da assicurazione contro i danni che il danneggiato-assicurato abbia riscosso in conseguenza di quel fatto”.

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. Un., n. 12565 del 22.05.2018

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