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«In tre parole: Eyes Wide Shut.»

Stanley Kubrick ha consegnato all’immortalità la “Traumnovelle” del Dottor Schnitzler, che concepisce Fridolin come il suo alter ego letterario: giovane brillante medico, fascinoso e affascinante, sposato con la bella Albertine, marito fedele e padre premuroso.

Finché una banale confessione di lei, dopo una serata mondana, apre una inaspettata “crisi” coniugale, che innesta in lui un vago senso di “vendetta”.

Il Dottor Fridolin si avvia in una spirale di tentativi di tradimenti di quella vita coniugale così perfetta, tra molteplici, malcelate tentazioni, che culminano nell’incontro, quasi predestinato, con uno squattrinato vecchio compagno di facoltà, ora pianista, poco accademico, molto indisciplinato, al punto da essere assoldato per una congregazione segreta, nella quale persone in maschera godono assieme ad anonime donne bellissime.

Per Fridolin l’occasione è irresistibile, ma lui è così avulso da quel contesto, da farsi miseramente scoprire e, poi, salvare da una delle presenze femminili mascherate.

Per lui, è tutto così irreale, tanto più nel succedersi di notti brevi, con poco sonno, e giornate distratte.

Il sogno, però, è doppio, perché è anche quello di Albertine, che, al rientro del marito, gli confessa, candidamente, di averlo più e più volte tradito, nella sue vicissitudini oniriche.

Lui è, suo malgrado, protagonista di una storia poco credibile; lei, della finzione di un sogno, tremendamente reale: è in questa compenetrazione che si confondono i due mondi, che si incontrano, nel lieto fine, a metà strada.

Per quanto il finale ponga un accento di scetticismo, quasi un testamento morale dell’Autore.
Come, d’altronde, pare abbia fatto anche il genio Kubrick molti anni dopo, nella sua trasposizione.

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