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«“Essere liberi significa poter affrontare qualsiasi situazione da soli”: in questa frase è racchiuso tutto il valore di questo romanzo.»

“Essere liberi significa poter affrontare qualsiasi situazione da soli”: in questa frase è racchiuso tutto il valore di questo romanzo.

Le vicende umane son quelle della famiglia Maraiulo-Muzzonigro, che un po’ riecheggiano quelle dei Malavoglia, se non fosse che, qui, l’ambientazione è in un futuro distopico, lontano (ma, forse, neanche troppo dal nostro presente, visto quanto ci stiamo incaponendo a corrergli incontro), sicuramente non irreale. 

C’è l’attaccamento alla “roba”, vissuto in maniera diametralmente opposta dalle due famiglie; c’è persino la barca (anzi, due), simbolo, anche qui, di una sorta di “provvidenza”; c’è quel malcelato senso di dover lasciare la propria terra, contrapposto al desiderio, vivo, di doverci rimanere.

È sulla contrapposizione, difatti, che si gioca tutto: tra cittadini e litorali, tra persone abbarbicate tra mura avveniristiche per contenere i debordanti danni climatici e altre abbarbicate sulle coste, dove sono nate. Un conflitto insanabile tra modi di pensare, se stessi e l’ambiente. Uno scontro di “civiltà” che si consuma attorno a una villa sulla Palascìa (ormai una intristita imitazione di quella che, per fortuna, è oggi), tutto avvolto da una cappa di “faugno”, che satura l’aria e, forse, anche i pensieri.

Raffaele e Gaspar sono antitetici in tutto: uno è rimasto, a perlustrare la sua costa salentina; l’altro è andato via, lontano, finanche sulla Luna.

Poi, però, ritornano, si ritrovano e ritrovano una complicità sconosciuta.

All’insegna di quello che insegnavano i loro nonni: nella vita, non serve a niente piangersi addosso; non serve piangere lacrime di vento.

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