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«I genitori raccontati dagli occhi di un figlio, prima che il tempo li porti via.»

I genitori raccontati dagli occhi di un figlio, prima che il tempo li porti via.
È un romanzo strano, quasi senza nomi, ma composto da tanti volti, tanti affetti e tanto affetto.

È un addio, che è quasi come una lunga carezza, cantata da Gino Paoli: la lunga carezza di un figlio che, all’improvviso, si schianta contro una realtà crudele. La vecchiaia dei suoi; le loro fragilità; la sovversione di tanti, piccoli rituali, talmente entrati tanto nella quotidianità, da essere dati per scontati.

Il pensiero della morte, vegliarda, si insinua, truce, nei momenti assieme; la sua presenza, prima discreta, indugia sempre più, tra il soggiorno e la cucina, con i medicinali che s’accumulano, le frasi mezze dette, le bugie bianche, i ricordi, gli aneddoti, i segreti smezzati con le verità.

È struggente doversi confrontare con la prospettiva di non averli più un giorno, ormai, per giunta, neppure troppo lontano. E in questo inesorabile countdown c’è tutta la dolcezza di un figlio, alle prese con la sua personale ricerca del tempo perduto, con i suoi personali sensi di colpa, per quello che non ha fatto, per non aver saputo essere, magari, un bravo figlio, capace di custodire i suoi, anche di fronte allo scorrere del tempo.

Ecco, il narratore sconta il non aver colto il passare dei momenti, l’essersi svegliato tutto a un tratto, sul più bello, per accorgersi dell’incedere di quel tempo dei semplici.


Che scandisce, anche, l’ultimo, o forse il primo, ballo d’amore dei suoi genitori.

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