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«Il lieto fine ha gli occhi celesti.»

Un giallo che può definirsi a lieto fine, senza temere di smorzare il finale, anche perché la strada per arrivarci è troppo lunga e un po’ tortuosa.

I morti ammazzati non mancano, si trovano anche le false piste e le lunghe corse in strettoie emotive per raccapezzarsi tra un paragrafo e l’altro, ma tutto sommato il finale riesce a ripagare l’estenuante attesa.

Se è vero che un buon libro non dovrebbe superare le 250 pagine, in questo caso l’autore avrebbe potuto scrivere un romanzo a puntate e ogni centinaio di pagine sfogliate c’è la malsana voglia di lanciare via tutto dalla finestra, estenuati dai rinvii e dalle inutili divagazioni.

Avanti e indietro tra la lentezza dei ricordi e l’angoscia di un presente in cui il protagonista rincorre la verità come fosse un treno senza freni. Dopo un po’ il cervello avverte un fiatone da maratoneta e ha la sensazione che ci sia qualcuno che lo rincorre, ma – suvvia- è solo un libro!

Bocciato o promosso? Dipende dalla predisposizione del lettore e dal suo bagaglio di letture. Che dire, sicuramente non il miglior libro di Bussi, ma nel panorama editoriale può comunque occupare un posto di tutto rispetto.

Nel 1981 precipita un aereo e di tutti i passeggeri si salva solo una neonata, senza identità… il colpo di scena sta nel fatto che sul velivolo ci fossero due neonate coetanee.
Inizia, così, un’aspra guerra tra le famiglie delle bambine (quella morta e quella superstite) per capire chi delle due neonate sia quella sopravvissuta, in un’epoca in cui ancora non si poteva accedere al test del DNA. Le indagini vengono affidate ad un investigatore privato che, dopo 18 anni, allo scadere del proprio contratto lascia in eredità un quaderno con la ricostruzione del suo lavoro, prima di sparire preannunciando il proprio suicidio.

Il finale non si può svelare e, in fondo, basterà leggere tutte le 460 pagine per scoprirlo!

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