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«Il navigare è ancora oggi lo stimolo più potente a essere in comunione con l’assoluto ed è per questo che la letteratura non smette di parlarne.»

Il navigare è ancora oggi lo stimolo più potente a essere in comunione con l’assoluto ed è per questo che la letteratura non smette di parlarne.
L’arte della navigazione è un po’ come l’arte di vivere; non è un caso se tante parole del lessico marinaresco facciano parte del nostro linguaggio quotidiano, anche metaforico, per significare successi, delusioni, fallimenti, azzardi, decisioni, sentimenti anche molto diversi tra di loro.

L’Autore sfoggia la sua conoscenza enciclopedica della letteratura di mare, spulciando grandi capolavori e opere meno conosciute, per tracciare abilmente quella grande similitudine tra la vita e la navigazione.

Ecco, dunque, la bonaccia, con tutta la sua pericolosa silenziosità; il naufragio e la burrasca; l’ammutinamento e la pletora di temerari, reietti e codardi che popolano le chiglie, le coperte, i ponti e le stive, con le loro storie di fuga, di coraggio, di ignavia, di opportunismo, di umanità.

Perché la nave è un microcosmo, a sé stante, con le sue regole, le sue gerarchie, la sua autodichia. Il rollio e il beccheggio – così difficili da abbandonare anche sbarcati (chiedere a Jack London) – amplificano l’instabilità esistenziale a bordo, messa a dura prova dalla convivenza forzata in spazi angusti, logorante e movimentata dall’inclemenza della natura e dei ritrovati della mitologia.

Nonostante ciò, il mare resta lì, distesa misteriosa, quasi imperscrutabile, a collazionare le mire e le lusinghe degli uomini, ma anche il loro riverente timore, per la sua indefinita eternità.

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