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«“Sii forte e paziente; un giorno questo dolore ti sarà utile”.»

Peter Cameron descrive alcuni mesi dell’adolescenza di James, un ragazzo per sua stessa ammissione “disadattato”, non in senso dispregiativo, ma per la sua incapacità di comprendere, appieno, la socialità che lo circonda.

La sua famiglia è incentrata sul divorzio dei suoi genitori, ambedue troppo impegnati su se stessi, per essere gestori di dinamiche familiari. La sorella è una donna dei suoi tempi, innamorata di un professore più grande di lei e che la relega in una relazione amorosa accessoria a un matrimonio in crisi.

James è, per converso, alla ricerca della propria identità. Lo fa attraverso esperienze diverse, con una sensibilità sui generis, munito di un’attenzione forse esasperata verso i dettagli linguistici.

Lo fa anche grazie all’amore di Nanette, sua nonna, che gli insegna quanto le brutte esperienze aiutano, servendo a chiarire cosa si debba fare per davvero. Godersi i momenti felici è facile e rende appagati e poco profondi.

La felicità, per converso, non è necessariamente semplice.

E il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti.

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