Difetto di conformità del bene: azione di regresso della società venditrice.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 23 marzo 2021, n. 8164.

di Antonella Negro.

 

 

 

 

 

Le circostanze di fatto.

La vicenda in esame trae origine dall’acquisto di un motoveicolo, risultato poi affetto da una pluralità di vizi, sino alla definitiva rottura. Sicché il consumatore aveva agito in giudizio nei confronti del venditore, al fine di ottenere la restituzione della somma spesa per l’acquisto di tale bene. A sua volta la società venditrice aveva proposto azione di regresso ex art. 131  d.lgs. n. 206/2005 nei confronti del produttore del motoveicolo e degli altri soggetti della catena distributiva.

Il Tribunale aveva riconosciuto la responsabilità contrattuale della venditrice ai sensi del combinato disposto degli artt. 130 e 132 codice consumo, ma aveva rigettato la domanda di regresso ex art 131 codice consumo. Ciò in quanto la società venditrice non aveva preventivamente ottemperato ai rimedi di tutela esperiti dal consumatore, ossia la sostituzione o la riparazione del bene o altrimenti la riduzione del prezzo o la risoluzione contrattuale.

Secondo il Giudice di primo grado, infatti, l’art. 131 codice  consumo, prevede tale circostanza quale presupposto indefettibile per consentire al venditore finale di esperire legittimamente l’azione di regresso.

La sentenza era stata confermata anche in secondo grado.

Avverso tale provvedimento la società venditrice aveva infine proposto ricorso innanzi alla Corte di Cassazione.

 

In diritto.

Azione di regresso ex art. 131 Codice Consumo

La Corte di Cassazione ha ritenuto non condivisibile l’interpretazione operata dai giudici di primo grado, sul rilievo che l’esercizio del diritto di regresso del venditore finale nei confronti dei produttore o degli altri soggetti della catena distributiva non possa essere subordinato all’avvenuto adempimento da parte del primo di tutti i rimedi di tutela esperiti dal consumatore. Diversamente, si andrebbe a configurare uno squilibrio tra il venditore finale, gravato da un onere eccessivo e quella del produttore a vantaggio del quale si verrebbe a creare una vera e propria posizione situazione di privilegio, pur essendo egli il vero responsabile del difetto del bene.

In particolare, i giudici di legittimità  hanno asserito che l’art. 131, comma 2, d.lgs. n. 206/2005 individua, nell’adempimento, da parte del consumatore, dei rimedi di tutela esperiti dal consumatore, il momento iniziale, a partire dal quale decorre il termine annuale di prescrizione dell’azione di regresso e non il suo presupposto.

Art. 1299 c.c. e azione di regresso

La Corte di Cassazione, a conferma del proprio orientamento, ha richiamato il principio generale riguardante la relazione intercorrente fra l’adempimento dell’obbligazione, da parte di uno dei condebitori solidali ex art 1299 c.c. e la proposizione dell’azione di regresso.

Più in dettaglio, secondo la Suprema Corte, infatti, ai sensi dell’art. 1299 c.c., il singolo condebitore solidale, ove convenuto in giudizio dall’unico creditore, può promuovere l’azione di regresso, nei confronti degli altri coobbligati, anche prima di aver adempiuto la propria obbligazione, fermo restando che, ove poi la sua domanda venga accolta, il provvedimento non potrà essere eseguito, se prima egli non abbia adempiuto, nei confronti del creditore principale.

In tale ipotesi, il coobbligato solidale condannato a pagare l’intero al danneggiato potrà recuperare la quota riconosciutagli in sede di regresso contro l’altro obbligato solo dopo il pagamento da parte sua dell’intero debito.

 In virtù di tale principio, l’estinzione dell’obbligazione opera come condizione non dell’azione cognitiva di regresso, bensì dell’azione esecutiva contro l’altro obbligato[1].

 

 

Qui la sentenza.


[1] In senso conforme v. Cass. Civ., 19 maggio 2008, n. 12691; Cass. Civ., 21 agosto 2003, n. 12300; Cass. 11 marzo 1998, n. 2680.

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