Sussistenza della “buona fede” della banca in presenza di misure di prevenzione.



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Nota a Cass. Pen., Sez. II, 25 settembre 2020, n. 32473.

di Donato Giovenzana

 

L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata ha proposto ricorso avverso il decreto con cui il Tribunale, a seguito di annullamento con rinvio disposto dalla Corte di cassazione, ha accolto l’opposizione presentata dalla banca ai sensi dell’art. 59, comma 6, decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, in relazione alla formazione dello stato passivo nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente nei confronti del proposto.

Secondo la ricorrente la sentenza di annullamento del primo provvedimento “può aver inteso censurare l’imposizione alla banca. dell’onere di offrire unilateralmente la prova negativa dell’assenza di strumentalità (in aggiunta alla prova positiva della buona fede), ma non certo di inibire l’utilizzo di presunzioni per desumere la funzionalità del credito all’attività illecita: è infatti impensabile che la Suprema Corte abbia inteso discostarsi tanto marcatamente da un orientamento granitico nella giurisprudenza di legittimità senza confutare gli argomenti allo stesso contrari”.

Afferma, altresì, che nel caso concreto vi sono molteplici elementi che dimostrano la sussistenza della strumentalità illecita del credito erogato.

La Suprema Corte a tal riguardo premette che il Tribunale con il decreto impugnato ha escluso la sussistenza di elementi utili a provare o a far presumere che il credito fosse strumentale all’attività illecita del proposto rilevando che “non emergono, in effetti, dati indicativi di una conoscenza da parte del creditore circa una possibile strumentalità del credito all’attività illecita, perché un tanto neppure a posteriori risulta provato od ipotizzabile, mentre a priori non si sembra neppure raggiunta la prova che il mutuo fosse stato richiesto strumentalmente alla realizzazione di attività illecite da parte del proposto. Inoltre e comunque, quanto all’onere dì conoscenze da parte del mutuante, un tanto non poteva essergli addebitato atteso che all’epoca in cui il contratto fu stipulato non era possibile all’istituto di credito avere contezza delle pendenze giudiziarie e/o denunce a carico del proposto, stante la riservatezza delle banche dati di Polizia e dei registri di Procura”.

Aggiunge la Cassazione che il tribunale si è anche preoccupato di valutare la documentazione prodotta dalla banca, pur segnalando come l’esclusione di un rapporto di strumentalità illecita del credito erogato fosse assorbente quanto al giudizio di meritevolezza, escludendo in radice l’onere del creditore di provare la propria buona fede. A tal proposito ha, dunque, rilevato come in tale documentazione fossero effettivamente presenti delle anomalie (quale la mancanza di timbro dell’Agenzia delle Entrate nelle ultime dichiarazioni dei redditi, identità dei redditi esposti dal proposto e dalla sua compagna, pur a fronte di una differente percentuale di partecipazione alla medesima società).

Tali anomalie, tuttavia, non sono state ritenute significative di una mala fede, sia in forza dell’insegnamento di legittimità secondo cui una “non ineccepibile gestione e valutazione della fase istruttoria da parte della banca non può essere intesa come indice di strumentalità del credito ad attività illecite (…) né conseguentemente ad indice di assenza di una buona fede dell’istituto su tale aspetto”; sia perché l’istituto erogante, comunque, si apprestava ad accendere il mutuo garantendolo con un’ipoteca su un immobile di valore doppio a quello del mutuo erogato.

Per il che – in buona sostanza – non si può certo ritenere la mancanza di buona fede da parte della banca che concede un mutuo sufficientemente coperto da ipoteca a cliente che non presenta dichiarazione dei redditi, sussumendo addirittura la strumentalità dell’erogazione alle attività illecite del mutuatario.

 

 

Qui la sentenza.

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