L’Unione economica e monetaria



Intervento del Direttore Generale della Banca d’Italia e Presidente dell’IVASS

Salvatore Rossi

Roma 11 marzo 2019

 

 

 


Rispetto a cinque anni fa, vigilia delle scorse elezioni europee [1], l’avversione all’Europa, alle sue istituzioni, ai suoi trattati, all’idea stessa di sovra-nazionalità, si è ulteriormente diffusa in quasi tutti i paesi che in varia forma all’Europa fanno riferimento [2]. Alcuni osservatori si attendono che le prossime elezioni europee riflettano quest’ondata di sentimenti e argomenti contro e determinino uno spostamento forte dei rapporti politici nel Parlamento europeo che si formerà dopo il 26 maggio 2019, a favore di movimenti e partiti pronti a battersi, come minimo, per una riforma radicale del patto che tiene insieme l’Unione. I sondaggi elettorali e l’ultimo Eurobarometro [3] sembrerebbero smentire quest’idea, ma essa è radicata soprattutto in ambienti giornalistico-politici.

In questo mio intervento ripercorrerò in estrema sintesi la storia dell’idea europeista e degli eventi che l’hanno inverata – da ultimo l’Unione bancaria – per approdare alla grande questione: vogliamo ancora un legame sovranazionale europeo e quale? E se si, quale Europa occorre perché quel legame si perpetui? Non nasconderò le molte ragioni degli euroscettici, ma concluderò con delle risposte nette a favore della conservazione dei legami europei. Cercherò di portare un contributo basato sulla mia esperienza pluriennale di portatore d’acqua, uno dei tanti, alla costruzione europea, al servizio di progettisti quali Carlo Azeglio Ciampi e Tommaso Padoa-Schioppa.

L’idea europeista

L’idea europeista è molto vecchia, ma come la intendiamo oggi essa prende piede all’inizio del XX secolo (ricordo qui solo gli interventi di Einaudi [4]) per affermarsi, sia pure inizialmente in circoli ristretti, durante la seconda guerra mondiale.

Conosciamo tutti il Manifesto di Ventotene di Spinelli e altri [5]. Scritto rocambolescamente durante il confino in quella piccola isola del Tirreno, fissa la visione di una futura entità statuale europea che superi gli Stati-nazione, capaci solo di farsi guerre sanguinose, e conduca i popoli europei verso un destino di prosperità socialista. È un testo molto legato al tempo e alle circostanze in cui nacque, ma è anticipatore di un clima culturale che si afferma prepotentemente fra alcuni importanti superstiti della carneficina causata in Europa dalla seconda guerra mondiale. Si forma così il disegno messianico di cui parla il giurista americano Joseph Weiler [6]: creare gli Stati Uniti d’Europa, a imitazione di quelli d’America.

Dalle parole si passa ai fatti. Nel 1951 nasce la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), che istituisce un mercato comune per quelle due materie tra Francia, Germania, Benelux [7] e Italia. La CECA è intesa gettare le fondamenta della costruzione europea. A noi moderni pare oggi una cosa piccola, ma a quei tempi non lo era: il carbone e l’acciaio erano materie fondamentali per lo sviluppo economico e per la fabbricazione di armamenti, avevano giocato una parte importante nei conflitti più sanguinosi tra Francia e Germania. Quei due paesi si confermano quindi al centro della costruzione europea, concepita innanzitutto per loro, per evitare che si facciano guerra di nuovo. Insomma la CECA è, sì, una iniziativa di diplomazia economica, ma dietro quel tenue velario si nasconde l’anelito politico originario, quello, appunto, messianico [8].

Nel frattempo va avanti il progetto per portare rapidamente all’Unione politica europea. Il primo passo vorrebbe essere la creazione di un piccolo esercito comune (la Comunità Europea di Difesa, CED), cui seguirebbe la Comunità Politica Europea (CPE). Il progetto s’infrange subito contro l’ostilità di molti ambienti francesi a cedere sovranità in campo militare, ostilità che sfocia in un voto contrario dell’Assemblea nazionale nel 1954.

Allora i propugnatori dell’idea europeista (gli Adenauer, i De Gasperi, i Monnet, gli Schumann) compiono una scelta decisiva per il futuro dell’idea, una scelta al tempo stesso pragmatica e furba: quella di avanzare per la strada, più tortuosa ma meno carica di significati simbolici, dei portafogli degli europei. Saranno l’economia e la finanza il terreno elettivo dell’integrazione europea, un terreno al tempo stesso pronto a essere fecondato dopo le distruzioni della guerra ma meno ingombro di riflessi identitari, rispetto agli eserciti e alla sicurezza dei confini, in popoli che fino a pochi anni prima si erano vicendevolmente scannati.

Nascono così il Mercato Comune Europeo (MEC) e la Comunità Economica Europea (CEE), nel 1957, con la firma del Trattato di Roma fra gli stessi sei paesi che hanno dato vita alla CECA. Inizia un pendolo istituzionale fra economia reale ed economia monetaria che dura molti anni [9]. Dal MEC al conato monetario del Piano Werner nel 1970, di nuovo al mercato interno europeo lanciato nel 1985 da un Libro Bianco della Commissione europea, fino all’Unione monetaria e alla creazione dell’euro, fissate nel Trattato di Maastricht nel 1992 ed entrate in vigore nel 1999 [10].

Per quasi tutto il decennio successivo sembra che l’Europa trionfi, cavalcando l’euro. Ma si vanno accumulando tensioni, che esplodono subito dopo la crisi finanziaria globale del 2008.

Il caso dell’Unione bancaria merita di essere raccontato, perché sfugge alla regola del pendolo che ho prima citato e risponde stavolta non a un ideale ma a un problema.

L’ultima nata: l’unione bancaria

Tutto nasce, almeno apparentemente, in Grecia. Nell’autunno del 2009, nel pieno della bufera recessiva scatenata in tutto il mondo dalla crisi finanziaria detta globale (ma in realtà americana), gli europei fanno un’amara scoperta: il governo greco del momento, di sinistra, svela al mondo che i governi precedenti, di destra, avevano falsificato per anni il bilancio pubblico. Quell’anno il disavanzo si avviava a superare il 15 per cento del Pil anziché il 4 ufficialmente stimato a gennaio. Ne nasce un agitato psicodramma in tutta Europa. Che un governo dell’Unione imbrogli platealmente tutti gli altri è un fatto certamente gravissimo, ma l’episodio fa divampare tutte le tensioni accumulate nei decenni precedenti e da ultimo occultate dall’Unione monetaria. 

Sono tensioni profonde, che hanno a che fare con l’antitesi identità nazionale-identità europea, su cui torno fra poco. Per il momento basti ricordare che tutti – governi, investitori, mercati finanziari, opinioni pubbliche – cominciano a dubitare della coesione fra Stati europei, fino a mettere in dubbio la sopravvivenza stessa dell’Unione monetaria, pur dichiarata solennemente irreversibile pochi anni prima. È la crisi cosiddetta dei debiti sovrani, che costa ai paesi europei un altro forte impulso ciclico negativo dopo quello inferto dalla crisi finanziaria globale.

Si pone subito un problema specifico, però. Molte banche hanno nei propri bilanci titoli di Stato, specie del proprio paese. La crisi dei debiti sovrani, riflettendo la sfiducia montante degli investitori nei confronti di alcuni Stati indebitati, fa allargare la forbice fra rendimenti richiesti per detenere i titoli di questi paesi, più rischiosi, e quelli sui titoli meno rischiosi, come il Bund tedesco; per converso, il valore di mercato dei primi scende. Le banche che hanno in portafoglio titoli che si svalutano sul mercato sono viste con occhio più severo dagli investitori: dovessero addirittura andare in crisi ed essere salvate dallo Stato del loro paese aggraverebbero la posizione finanziaria di quest’ultimo, già compromessa, in un perverso circolo vizioso.

Per risolvere il problema viene ideata l’Unione bancaria. Qual è il modo più sicuro per recidere il circolo vizioso? Fare in modo che se una banca europea va in crisi perché oberata di titoli di Stato del suo paese il cui valore di mercato va scemando, essa non possa essere salvata dallo Stato stesso emittente quei titoli ma da un’entità sovranazionale europea. In altri termini, una banca europea è affare di tutta Europa, non dello Stato in cui ha sede [11].

Ma i governi dei paesi del Nord Europa, scottati dagli enormi costi a carico dei contribuenti dei salvataggi bancari nei propri paesi, introducono una deviazione a metà percorso: va bene che una banca non sia salvata dal suo Stato di appartenenza, ma non deve esserlo neanche da istituzioni pubbliche europee (no bail out, come si dice); le perdite siano sopportate dai privati che hanno malriposto fiducia in quella banca (azionisti, obbligazionisti, financo depositanti non protetti dagli schemi di garanzia); si può consentire la sopravvivenza di quella banca, una volta ripulita, ma soltanto in caso di conclamato interesse pubblico a evitare fenomeni di contagio, altrimenti essa va fatta uscire dal mercato, cioè liquidata. 

I tre pilastri su cui deve poggiare l’Unione bancaria vengono ordinati temporalmente in questo modo: prima di tutto si unifichi in Europa la vigilanza sulle banche, poi si affronti il tema – centrale – delle crisi bancarie e della loro soluzione, infine si completi il disegno con uno schema anch’esso unificato di garanzia dei depositi in caso di liquidazione (ma che sia uno schema strettamente privato, cioè finanziato mutuamente dalle stesse banche).

Come è noto, il primo e il secondo pilastro sono stati ultimati, il terzo è stato rinviato a data indefinita. Ma ovviamente sono il primo e il secondo a contare.

Nell’Unione bancaria com’è stata concepita e attuata finora non sono coinvolti denari pubblici né nazionali né comunitari, se non in via eccezionale e con autorizzazioni caso per caso. Vi è stata un’importante cessione di sovranità nazionale a favore del Meccanismo unico di vigilanza costituito in seno alla Banca centrale europea, un organismo tecnico nominalmente sovranazionale. Ma l’Unione bancaria, a dispetto del suo nome, solo negli enunciati punta a integrare il mercato bancario in Europa, in realtà serve di fatto a difendere le banche di alcuni paesi dai problemi delle banche di altri. In questo senso non è un avanzamento sulla strada della sovranazionalità, è un arretramento.

Un arretramento necessario e benvenuto, secondo alcuni euroscettici: perché si sarebbe preso finalmente atto che i paesi costituenti l’Unione sono diversi, così come le loro imprese, finanziarie e non, e gli interessi nazionali vanno difesi dai rispettivi Stati, Europa o non Europa.

Identità europea e identità nazionale

Il che ci riporta a quelle tensioni profonde che serpeggiavano fra i popoli europei già decenni fa e che la crisi dei debiti sovrani ha fatto esplodere.

Il tema è quello dell’identità. Un tema vastissimo, su cui vi è una immensa letteratura storica, politologica, sociologica. Io mi limito a poche considerazioni da cittadino e parto con un esempio.

Se qualcuno, o io stesso, si chiede come io possa geograficamente essere identificato, le seguenti opzioni sono possibili: barese, pugliese, meridionale, italiano, europeo, cittadino del mondo. Tutte queste etichette sono veritiere. Se io o il mio definitore dobbiamo privilegiare un sostantivo solo, la scelta dipenderà innanzitutto dal contesto in cui nasce la domanda: se stiamo discutendo delle sorti del mondo, o se ci chiediamo quale atteggiamento l’Europa debba avere nella disputa commerciale Cino-Americana, o se dibattiamo dell’Unione monetaria europea, o del dualismo territoriale italiano, o, infine, di come diversamente si cucinano le orecchiette a Bari e a Lecce.

Il mio stesso personale convincimento dipenderà da quello del mio interlocutore. Un giapponese medio distingue a stento un italiano da un tedesco, per lui italiani e tedeschi sono innanzitutto europei, e se io mi trovo in Giappone e illustro a un giapponese i caratteri istituzionali dell’Unione europea, tenderò a sentirmi europeo. Un tedesco medio distingue a stento un settentrionale da un meridionale, per lui settentrionali e meridionali sono innanzitutto italiani (nel bene e nel male), dunque se io mi trovo a Berlino e illustro a un tedesco la situazione politica italiana tenderò a sentirmi italiano, senza caratterizzazioni regionali. Un milanese medio distingue a stento un barese da un leccese, dunque se io mi trovo a Milano e spiego a un milanese che cosa sono le orecchiette mi sentirò pugliese, senza caratterizzazioni cittadine.

In altri termini l’identità geografica è relativa. Può diventare assoluta quando un particolare carattere identitario prevale largamente su tutti gli altri. Galli della Loggia [12] ha avanzato un argomento molto forte: è la lingua il fattore che determina l’identità geografica nelle democrazie moderne perché è la lingua che determina se un cittadino-elettore capisce ciò che gli propongono i candidati alle elezioni o no. Poiché è questo il principio fondante della democrazia, l’identità europea non potrà mai sovrastare quelle nazionali.

L’argomento è robusto, ma non decisivo. È vero, ad esempio, che negli Stati Uniti d’America la lingua è una sola e questo ha molto favorito l’affermarsi negli ultimi centocinquant’anni di quell’identità americana che oggi fa impallidire l’appartenenza a questo o a quello Stato. Ma è anche vero che nell’Italia preunitaria l’italiano era parlato da pochi. Erano invece lingue correnti numerosi dialetti diversi l’uno dall’altro quanto l’italiano dal francese o dallo spagnolo.

Inoltre, vi è almeno un altro fondamentale fattore d’identità in un territorio:

l’economia.

L’idea economicista-funzionalista alla Monnet, secondo cui all’Europa politica si sarebbe arrivati gradualmente integrando e unificando economia reale e finanza, ha in parte funzionato. Era d’altronde un’idea radicata nell’ideologia liberale. 

Le economie europee sono oggi strettamente intrecciate, più di quanto ciascuna di esse sia con quelle extra-europee, sia negli apparati produttivi sia nei mercati dei consumatori. È il risultato dell’avere abbattuto dazi e uniformato gli standard tecnici. Abbiamo una sola potentissima autorità che promuove la concorrenza in Europa. Abbiamo da vent’anni un solo segno monetario, simbolo forte di unità. Tutto questo non è avvenuto senza effetti sulla psicologia degli europei; ha nutrito l’identità sovranazionale.

Ma l’economia non è bastata. L’identità europea sta ora sfumando sullo sfondo rispetto alle identità nazionali risorgenti.

Idee per il futuro

Temo che si sia prodotto per l’Europa negli ultimi tre decenni un fenomeno somigliante a quello che ha travolto la musica colta nel secolo scorso. L’analogia potrà sembrare ardita, ma provo a spiegarla.

La grande musica dei secoli XVIII e XIX visse, sul finire di quel periodo, la stessa voglia di rottura degli schemi, di modernità, che spirava impetuosamente nelle altre arti. Da quel momento la musica che si coltivava nelle accademie prese ad allontanarsi da quello che fino ad allora era stato il suo pubblico, ma senza trovarne un altro. Diventò artificio scritto anziché essere, come era stata per secoli, leva espressiva per innalzare gli spiriti degli ascoltatori: l’esperimento dodecafonico, algido e puramente accademico, lo dimostra. Fecero eccezione alcuni giganti della scrittura musicale, come Stravinsky, Rachmaninov, Schostakovic, Prokofiev, non a caso tutti russi: in due di loro contribuì forse a preservarli la triste necessità di uniformarsi almeno in parte al paradigma politico del realismo socialista; negli altri due, esuli, fu forse la stessa anima russa. La musica colta occidentale alla fine cedette il suo scettro alla musica popolare: tecnicamente molto più rozza, ma capace di parlare al cuore di milioni, di miliardi di esseri umani. Oggi la musica colta contemporanea si esegue di rado nelle sale da concerto, a volte solo a beneficio dei suoi stessi adepti.

L’Europa nacque e si sviluppò dopo la seconda guerra mondiale come anelito di fratellanza fra popoli, pur condiviso solo da una minoranza colta di europei. La scorciatoia economicista presa dagli anni Cinquanta non impedì al sogno dell’unione politica di continuare per molto tempo a vivere, contribuendo fra l’altro ad attenuare la diffidenza fra ex-nemici ereditata dal conflitto mondiale.

Quando alla generazione che aveva vissuto gli orrori della guerra subentrarono le successive, in cui di quegli orrori non c’era più memoria diretta, l’idea europeista s’inaridì, trasformandosi in una maglia giuridica fittissima che tutto ora avvolge. Quella maglia viene tessuta da uno spesso ceto di funzionari, sia delle istituzioni comunitarie sia nazionali, immediatamente sottostante al ceto politico. I 400 milioni di elettori europei sanno molto poco di quelle migliaia di norme e delle decine di migliaia di pagine in cui sono codificate, sono parole scritte destinate agli addetti ai lavori.

Intendiamoci, è così in tutti i paesi retti da regimi di democrazia rappresentativa, ma nel caso europeo la rappresentanza politica è più complessa e indiretta di quelle nazionali: per gran parte le norme sono decise sulla base di una tripla rappresentanza, che va dagli elettori nazionali ai loro Parlamenti, da questi ai Governi nazionali, da questi alla Commissione e al Consiglio europei, che insieme al Parlamento europeo, dove invece siedono rappresentanti diretti degli elettori, co-decidono le norme stesse.

L’analogia fra la storia della musica colta e quella dell’idea europeista sta appunto nella trasformazione che in entrambi i casi è avvenuta da ciò che commuove i cuori di molti a ciò che interessa cerebralmente pochi.

Sui molti e sui pochi conviene però spendere qualche attenzione.

La grande musica colta nacque nelle corti reali e nei saloni aristocratici. Il suo pubblico si allargò poi ai salotti borghesi e ai teatri, ma il popolo minuto non fu mai coinvolto.

Così l’idea europeista ha scaldato i cuori dei circoli intellettuali e politici emersi dallo sfacelo della guerra ma non ha mai direttamente coinvolto tutti gli elettori (preferisco questa espressione a quella di popolo, quando siamo in presenza di un regime di democrazia rappresentativa). Questi sono stati in qualche modo trascinati nell’avventura europea dall’entusiasmo dei loro rappresentanti politici, a cui li legava un vincolo ideologico (la religione, il comunismo, l’anti-comunismo). Una volta tramontate le ideologie, molti cittadini europei hanno ignorato l’idea europeista, non riconoscendola aderente alle proprie necessità quotidiane, quando non apparentemente contraria.

I regimi democratici hanno una regola semplice: votano tutti, o per testimoniare l’appartenenza a un credo o per promuovere un interesse immediato; se il primo s’indebolisce prevale il secondo, e la costruzione europea era ed è difficilmente spiegabile in termini di interessi immediati.

L’identità nazionale ha così, per molti, preso il sopravvento su quella europea. Vengono spesso citati i viaggi e gli scambi intra-europei (il programma Erasmus in primis) come prova di un crescente spirito europeo, ma essi riguardano l’avanguardia delle nostre società: secondo una rilevazione del 2006 due terzi dei cittadini europei non avevano amici fuori del proprio paese e più di metà di loro non aveva mai conosciuto nessun europeo di un paese diverso dal loro [13].

Ma c’è un punto fondamentale su cui conviene soffermarsi. Essere integrati conviene a tutti gli europei: il benessere collettivo in Europa è tanto maggiore emeglio distribuito quanto più ci si avvicina a una vera federazione di Stati. La stessa importanza geopolitica di un’Europa unita è ovviamente molto maggiore della somma di quelle dei singoli Stati che la compongono [14]. Questa convenienza, non potendo essere dimostrata in termini di interessi immediati di ciascun elettore, va fatta ridiventare sentimento. E l’unico modo di farlo è tornare in qualche modo all’idea messianica delle origini.

La contrapposizione ideale intorno a cui spesso si dibatte fra una federazione di Stati uniti e una confederazione di Stati indipendenti, o l’altra fra l’andare avanti verso l’unione politica e l’arretrare disfacendo tutto sono certamente interessanti. Tuttavia sembrano a me meno rilevanti rispetto a un’altra contrapposizione concettuale, quella fra il procedere nella strada laterale economicista imboccata negli anni Cinquanta e il tornare alla strada principale della comunità fra nazioni che, in tutti i campi della vita umana, si riconoscono fra loro più simili di quanto ciascuna non sia con quelle che stanno fuori del perimetro europeo.

In questa fase storica molti cittadini europei sono angosciati dal futuro: dal pericolo – non importa se reale o immaginario – di flussi incontrollati di immigrazione, dal terrorismo religioso, dalle trasformazioni che si annunciano nel lavoro di massa. Per di più il mondo intorno a noi cambia, cambiano i rapporti di forza fra grandi potenze, imperversano guerre commerciali. Quando si avverte un pericolo la tendenza è a stringersi, ad asserragliarsi. Ma farlo ciascuno nella propria casa è un’idea peggiore che farlo insieme agli altri nel palazzo in cui tutti si abita. L’Europa è il palazzo a cui apparteniamo.

Sarebbe bello poter dire di più, che bisogna aprirsi al mondo e non chiudersi, ma non credo sia né possibile né giusto in questo frangente. Questi sono anni in cui bisogna difendersi. Il punto è che farlo in 400 milioni è più efficace che farlo in 60 o in 80. Quest’idea semplice va tradotta in sentimento diffuso.

Non è facile. Non è forse neanche probabile. Il genio dei nazionalismi esasperati, dei pregiudizi etnici, è di nuovo uscito dalla lampada e imperversa in Europa. I richiami retorici e politicamente corretti ai grandi ideali europei non servono a riportarlo indietro, rischiano anzi di essere controproducenti. Allora le persone di buona volontà che vedono l’oggettiva convenienza, anche economica, dello stare uniti devono lavorare a tradurla agli occhi della collettività in termini non più e non solo economici, ma di altri collanti basilari della società come la difesa e la sicurezza [15]. Devono soprattutto rendere attraente sentirsi europei.

Con umiltà, con buona volontà, partendo da cose anche piccole: ad esempio invogliare i giovani a esser parte di un progetto sovranazionale concreto, come quella radio europea che Antonio Megalizzi, il giovane italiano ucciso tre mesi fa nell’attentato di Strasburgo, voleva far crescere. Senza zittire o ignorare troppo a lungo le voci scontente.

L’alternativa è che torniamo tutti nella nostra casa-fortino nazionale, forse soddisfatti di aver fatto un dispetto al vicino, ma più poveri e soli.

 

1. Le posizioni europeista ed euroscettica furono a quel tempo ben rappresentate in: Amato, G., Galli della Loggia, E., Europa perduta?, il Mulino, Bologna, 2014.

2. Alcuni paragonano l’Europa di oggi al vecchio impero asburgico alla vigilia della prima guerra mondiale: European Economic Advisory Group (EEAG), Report on the European Economy: a. Fragmenting Europe in a Changing World, CESifo Group, Monaco di Baviera , 2019.

3. http://www.europarl.europa.eu/at-your-service/it/be-heard/eurobarometer/parlemeter-2018-taking-up-the-challenge

4. http://www.luigieinaudi.it/percorsi-di-lettura/lib/percorso-7/la-guerra-e-l-unita-europea.html

5. Del Manifesto, redatto da Altiero Spinelli con l’aiuto di Ernesto Rossi nel 1941 durante il confino a Ventotene, esistono diverse stesure ed edizioni a stampa. Cito qui la recente pubblicazione a cura del Consiglio regionale del Piemonte e della Consulta regionale europea: Spinelli, A., Rossi, E., (prefazione di E. Colorni), Il manifesto di Ventotene, Celid, Torino, 2017.

6. Weiler, J.H.H, The Political and Legal Culture of European Integration. An Exploratory Essay, International Journal of Constitutional Law, Oxford, 2011.

7. Belgio, Olanda, Lussemburgo.

8. Padoa-Schioppa, T., La veduta corta, il Mulino, Bologna, 2009.

9. Rossi, S., Europa: dall’Unione monetaria all’Unione economica e oltre, Lectio Magistralis presso l’Almo Collegio Borromeo, Pavia, mercoledì 14 giugno 2017.

10. Ciampi, C.A., Fare l’Europa è fare la pace, Discorso pronunciato in occasione della cerimonia di consegna della medaglia d’oro della Fondazione Jean Monnet, «Nuova Antologia» 32-35, gennaio-marzo 2001.

11. La vicenda è ripercorsa con maggiori dettagli in: Rossi, S., L’Unione bancaria nel processo di integrazione europea, intervento al convegno “Unione bancaria europea e rapporto banca-impresa”,CUOA Business School, Altavilla Vicentina, 7 aprile 2016

12. Amato, G., Galli della Loggia, E., ibidem

13. Kuhn, T., Experiencing European Integration. Transnational Lives and European Identity, Oxford University Press, Oxford, 2015.

14. Draghi, M., The Monnet method: its relevance for Europe then and now, Speech for the Award of the Gold Medal of the Fondation Jean Monnet pour l’Europe, Losanna, 4 Maggio 2017.

15. Rossi, S., 2017, ibidem.

 

Fonte: www.bancaditalia.it

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Share via