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«Ossessione.»

Il professor Spencer Ashby ospita in casa propria la figlia di un’amica della moglie; la giovane ragazza, diciottenne, viene rinvenuta morta in casa Ashby. I sospetti ricadono sin da subito sul capofamiglia.

Viene ben presto isolato dalla scuola nella quale insegna e dall’intera comunità in cui la famiglia vive. Nessun reale sospetto, nessuna accusa formale, solo l’infamia di essere stato uomo, in casa propria, contestualmente ad una giovane donna.
Il finale, invero tragico, traccia le linee di un’escalation conturbante, tanto da portare il malcapitato ad agire come chiunque si sarebbe aspettato, molto semplicemente per mettere a tacere un caso irrisolto.

Il romanzo ruota attorno all’ossessione, quella fiera imbizzarrita che porta a pensare (a torto o a ragione) di essere al centro dell’attenzione altrui. L’ossessione di essere guardati dal di fuori, giudicati dagli altri, incardinati verso vie che non sarebbero state, altrimenti, percorse.

Il linguaggio, semplice e schietto, accompagna il lettore.

La trama, disturbante nella teatralità, rispecchia lo stato d’animo in cui probabilmente tanti si trovano, nel quotidiano così come in circostanze al limite del surreale, come nella storia narrata.

La paura di essere se stessi e la liberazione nel mostrarsi per ciò che gli altri si aspettano, anche quando l’accezione negativa degli eventi, porta al più tragico e ingiusto dei finali.

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