Responsabilità professionale dell’avvocato: l’onere probatorio incombe sul cliente danneggiato.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 28 maggio 2021, n. 15032.

di Marzia Luceri

 

 

 

 

La società ricorrente proponeva ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Venezia, chiedendo accertarsi la violazione degli artt. 1176, 2236 e 2909 c.c. con riferimento alla dichiarata assenza di responsabilità professionale in capo all’avvocato-resistente per l’attività professionale da esso espletata, in qualità di legale dell’odierna ricorrente, nel procedimento giudiziario (c.d. presupposto), avente ad oggetto domanda di risarcimento danni avanzata da essa società nei confronti di un istituto di credito.

In particolare, la ricorrente rilevava come l’inammissibilità del ricorso in cassazione relativo al giudizio c.d. presupposto, “per mancata impugnazione di un’autonoma ragione del decidere”, fosse attribuibile ad una condotta omissiva posta in essere dal legale (odierno resistente).

La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso non meritevole di accoglimento.

Premesso che, conformemente a quanto affermato nella sentenza impugnata, nei giudizi afferenti responsabilità professionale degli esercenti la professione legale, è necessario procedere all’accertamento del nesso causale tra la (presunta) condotta omissiva del professionista e il danno asseritamente subito, gli Ermellini hanno rilevato come le statuizioni di cui alla citata sentenza non siano state adeguatamente contrastate dalle censure avanzate nel ricorso da parte ricorrente, essendosi questa limitata a riproporre atti delle fasi di merito del giudizio c.d. presupposto (tra cui una diversa lettura della ctu contabile ivi espletata), senza evidenziare elementi connotanti una condotta colpevole dell’avvocato posta in essere in sede di legittimità relativa a detto giudizio.

Infatti, a tal riguardo, la Suprema Corte ha ribadito che «[l]a responsabilità dell’avvocato – nella specie per omessa proposizione di impugnazione – non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone» (Cass. n. 02638 del 05.02.2013 Rv. 625017 – 01); inoltre, hanno precisato che «[l]e obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzo e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna alla prestazione della propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non al suo conseguimento. Ne deriva che l’inadempimento del professionista (nella specie: avvocato) alla propria obbligazione non può essere desunto, “ipso facto”, dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del tradizionale criterio della diligenza del buon padre di famiglia, il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176, secondo comma, cod. civ. – parametro da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata -, sicché, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente (nella specie, del giudizio di appello), il danno derivante da eventuali sue omissioni (nella specie, tardiva proposizione dell’impugnazione) ci intanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri (necessariamente) probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito (nella specie, il gravame, se tempestivamente proposto, sarebbe stato giudicato fondato), secondo un’indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, e non censurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata ed immune da vizi logici e giuridici».

 

Qui la pronuncia.

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