In questa frase dell’epilogo si racchiude tutta la storia di Veronica: una ragazza che ha cercato di mettere decine di migliaia di chilometri tra la sua vita precedente e quella presente, non realizzando, tuttavia, che i fantasmi del passato sanno percorrerli con grande facilità.
Ha dato un taglio netto con tutto, finanche con i suoi genitori e col suo fidanzato dell’epoca; si è rifugiata in una Australia così lontana e così diversa dalla sua Italia, in compagnia solo del suo lavoro e delle sue ossessioni: per il cibo, per lo sport, per il perfezionismo, per primeggiare, come le era sempre stato imposto nelle sue gare di nuoto da bambina.
Poi, un infortunio la costringe a una pausa forzata, che la induce a un viaggio quasi imprevisto, in un posto quasi fortuito: lo Sri Lanka.
Qui, conosce, per caso, meglio per destino, il dolore di Camilla, diverso, ma che si aggiunge a quello suo, personale e malamente tacitato nel dimenticatoio. Camilla è tutto ciò che non è Veronica e Veronica è tutto quello che manca a Camilla.
Ne nasce un’amicizia sincera, quasi un rapporto di sorellanza: entrambe viaggiano tra le spiagge e le montagne singalesi, ma, in realtà, il vero percorso è introspettivo (per quanto in una narrazione spesso involuta e prolissa).
Veronica e Camilla partono per cercare qualcosa; alla fine trovano loro stesse: comprendono che la vita è per come viene vissuta; che occorre scegliere, ogni giorno, come approcciarvisi.
Che è meglio non restare fermi, ma compiere un passo.
Che anche una lunga notte dovrà, prima o poi, terminare.