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«"Se c'è qualcosa in cui noi italiani eccelliamo, è l'arte di raccontarci".»

“Se c’è qualcosa in cui noi italiani eccelliamo, è l’arte di raccontarci”.
È una carrellata, a tratti dissacrante, nella letteratura italiana, in sedici suoi capolavori indiscussi, da Virgilio a Luciano De Crescenzo, passando per Dante (ça va sans dire), Machiavelli, Manzoni, Verga, Pirandello, D’Annunzio, Levi, Buzzati e Tomasi di Lampedusa.

Autori, tra loro, molto diversi; opere, tra loro, molto diverse, ma che concorrono, tutte, a raccontare la nostra Italia e il nostro modo di interpretare l’essere italiani. Ciascun romanzo è attualizzato, in ogni trama vi è un cammeo dell’Autore, che ne attualizza il valore, ne ritaglia la storia, ne spiega il contenuto, con un abile inserimento (mai pindarico) di persone e personaggi che hanno popolato la nostra più recente storia politica. Ecco, quindi, che con il proverbiale stile sferzante, la vanità augustea si trasfigura in quella dei populisti di oggi, le novelle boccaccesche diventano un inno alla falsità nostrana, l’immobilismo dell’attesa di un qualcosa di non meglio precisato assurge a emblema di una condizione di sospensione forse, ormai, troppo italiana, la ridondanza delle parole dissimula le incoerenze dei contenuti.

A tutto questo si aggiungono delle sapienti incursioni autobiografiche, di un autore, di uno scrittore, di un giornalista, che vede nella lettura di un classico un vero “atto di ribellione”.

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