2 min read
«Una storia leggera e scorrevole che non scade nella banalità; d’altronde a scriverla è stato Italo Calvino.»

Una riflessione socio-culturale che sfocia in una vignetta di romanzo epico-cavalleresco, rivisitato in chiave originale, fresca e scintillante.
Una lettura estiva che rianima dalla calura agostana o una dolce coperta letteraria per un autunno ventilato, questo testo è “quattro stagioni” e si adatta perfettamente ad ogni lettore, che pur ripercorrendone i passaggi riesce a darvi uno spessore ogni volta diverso e personale.

Agilulfo e Bradamante, il paladino e la guerriera che dovrebbero essere i protagonisti della storia si confondono in un intricato alternarsi di luoghi e ruoli, in cui spiccano anche il giovane Rambaldo, il cupo Torrismondo e la placida Sofronia, nonché l’eclettico Gurdulù.

All’epoca di Re Carlo Magno, in battaglia per la conquista di nuovi territori nel mentre si consuma l’eterna lotta tra i Cristiani e gli Infedeli, sul campo si contraddistingue l’eroica figura del cavaliere Agilulfo: armatura vuota, un po’ saccente, instancabile e pregevole combattente.
Il cavaliere… inesistente.

Solo armatura, come corazza, nessun volto volto né corpo, un vero e proprio “simbolo” che vive di vita propria.
Le vicende si intrecciano, si snocciola la sorte oltre che gli eventi e alla fine chi resta e chi sparisce? Ai lettori l’ardua scoperta.

La voce narrante è terza; la povera e rinchiusa in un convento, suor Teodora, che di tutti i colpi di scena è, forse, il più divertente.
Un cerchio che si chiude perfettamente alla fine della storia e lascia stampato sul volto un sorriso compiaciuto.

A voler leggere tra le righe, si potrebbe dare ascolto a chi ritiene che – come anche in altre opere di Calvino – i personaggi sono iconici e rappresentano il presente (quello di Calvino) traslato con abile maestria in una storia; un dibattito politico e antropologico, che fa riflettere pur senza sfociare nella pesantezza propria delle tematiche associate.

Seguici sui social: