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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 12 marzo 2024, n. 6490.

di Caterina Vincenti

Studio Legale Vincenti

La Corte di Cassazione è intervenuta su un ricorso proposto da una Società di assicurazioni avverso una sentenza emanata nel 2020 dalla Corte d’Appello di Roma.

Nel 2013, il Tribunale di Roma ha accolto una domanda risarcitoria a seguito di danni derivanti da responsabilità medica a causa di una erronea esecuzione di un intervento di impianto di ortroprotesi dell’anca eseguito presso una clinica locale. I convenuti sono stati condannati in solido al pagamento di una somma a titolo risarcitorio in accoglimento di una domanda di manleva di uno dei convenuti.

La Corte d’Appello di Roma ha rigettato l’eccezione di inoperatività della polizza in relazione alla clausola claims made che aveva limitato la garanzia assicurativa alle richieste di risarcimento pervenute entro dodici mesi dalla cessazione del contratto, ritenendo nulla tale clausola prevista dall’art. 8 della polizza. Nello specifico, tale clausola aveva reso il contratto di assicurazione privo di causa concreta in ragione della eccessiva limitazione temporale della copertura e della mancata previsione di alcuna sunset clause. Pertanto, con la sentenza del 2020 la Corte d’Appello di Roma ha sostituito la clausola claims made con una clausola di ultrattività reperita dal modello legale di claims made tipizzato dal legislatore.

Nell’esplicare l’iter logico seguito, la Corte d’Appello ha chiarito che, nonostante la clausola claims made sia da ritenere assolutamente valida perché non vessatoria e non immeritevole di tutela, il giudice è tenuto a verificare, in relazione alla fattispecie concreta, se l’assicuratore abbia osservato gli obblighi di informazione previsti a tutela dell’assicurato e ad applicare l’art. 1440 c.c. in caso di esito negativo di tale accertamento. A ciò si aggiunge che onere del giudice è anche quello di controllare la causa concreta della polizza al fine di garantire che essa realizzi un equo contemperamento degli interessi dei contraenti: pertanto, la clausola è da dichiarare nulla e da sostituire di diritto con una clausola valida quando risulti assente un adeguato equilibrio tra rischio e premio.

Nel caso concreto, la Corte d’Appello aveva individuato la clausola n. 8 della polizza – che aveva escluso l’ultrattività per il caso di richieste formulate dopo la scadenza della polizza – ritenendo che essa non soddisfacesse gli interessi che le parti avevano inteso realizzare mediante il contratto. A detta dei Giudici, tale equo contemperamento avrebbe richiesto la previsione della ultrattività della copertura assicurativa con riferimento a richieste postume del terzo danneggiato formulate entro il limite temporale che il legislatore ha previsto con riferimento alla responsabilità medica e alla responsabilità degli avvocati (in tal modo la Corte avrebbe tipizzato un modello utilizzabile come indice ermeneutico di cui può avvantaggiarsi il giudice quando rileva la nullità della clausola e deve sostituirla). La Corte d’Appello ha concluso dichiarando nulla la clausola n. 8 della polizza e l’ha sostituita con un’altra clausola recante la previsione di ultrattività nei termini previsti in materia di responsabilità medica e degli avvocati.

Una delle società assicurative ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione formulando due motivi di diritto:

  1. Col primo motivo l’impresa di assicurazioni ha lamentato la violazione e falsa applicazione dell’art. 1322 c.c. e della l. n. 24/17 in relazione all’art. 360 comma 1 n. 3 c.p.c.

A dire del ricorrente, la Corte d’Appello ha errato nel non aver tenuto conto che la ultrattività della copertura assicurativa non rappresenta il modello base di assicurazione obbligatoria, ma una eccezione e una deroga del meccanismo generale in presenza di una causa di cessazione dell’attività medica. Infatti, finché l’operatore sanitario continua a svolgere la sua attività sarà tenuto a rinnovare la polizza in scadenza o a stipularne di nuove (continuando a usufruire di successivi periodi di retroattività decennale); al contrario, quando cessa l’attività professionale ha bisogno di una copertura assicurativa rispetto alle richieste risarcitorie relative a sinistri verificatisi nei dieci anni precedenti. Pertanto, il ricorrente ritiene che sia stato un errore elevare a regola l’eccezione prevista dal modello di cui alla legge n. 24/17 per la responsabilità sanitaria e la regola prevista per la responsabilità professionale dell’avvocato;

  1. Con il secondo motivo di ricorso, il ricorrente ha censurato la violazione e falsa applicazione degli artt. 1419 comma 2 c.c. e 11 della l. n. 24/17.

Oggetto di tale censura è la statuizione con cui la Corte d’Appello ha disposto la sostituzione della clausola claims made ritenuta nulla con la clausola di ultrattività decennale di cui all’art. 11 della l. n. 24/17 che, secondo quanto prospettato da parte del ricorrente, è stata erroneamente ritenuta una regola pur rappresentando una eccezione.

Peraltro, la Corte d’Appello avrebbe anche disatteso anche i precedenti della Corte di Cassazione, tra cui sent. n. 22437/18. Tale pronuncia è fondamentale perché la Cassazione ha rivisto e corretto il proprio precedente orientamento, chiarendo che il modello claims made costituisce una deviazione rispetto al modello di cui all’art. 1917 c.c. Tuttavia, tale deviazione non ha comportato alcuna fuoriuscita dall’ambito della tipicità e, pertanto, la clausola claims made non è sottoposta al giudizio di meritevolezza di cui all’art. 1322 comma 2 c.c. Il giudice può comunque verificare l’adeguatezza del contratto assicurativo al fine di valutare se il regolamento risulta adeguato per perseguire gli scopi voluti dalle parti e, nel caso in cui l’esito di tale accertamento sia negativo, dovrà dichiarare la nullità della clausola claims made per difetto di causa concreta e integrare il regolamento contrattuale individuando il modello di clausola maggiormente compatibile con un equilibrato assetto di interessi dei contraenti.

La Corte di Cassazione ha ritenuto entrambi i motivi fondati, ritenendo che l’errore della Corte d’Appello è consistito nell’aver ravvisato un buco di copertura attribuendolo alla mancata previsione di una sunset rule che assicurasse l’ultrattività della copertura assicurativa per almeno un decennio dopo la cessazione del contratto. Tuttavia, la Cassazione ha fatto notare come la clausola n. 8 non escludesse in toto la ultrattività della clausola assicurativa e, pertanto, la ricostruzione effettuata dal giudice di secondo grado non fosse condivisibile.

Inoltre, a detta degli Ermellini, spettava al giudice a quo verificare se la specifica conformazione della clausola – cioè la combinazione tra la copertura pregressa e la ultrattività annuale – svuotasse di ogni ragione pratica il contratto se riletta alla luce del rapporto tra rischio e premio. Detta valutazione non è stata condotta correttamente dalla Corte d’Appello, poiché quest’ultima non ha riservato alcuna valutazione alla specifica determinazione temporale della ultrattività della copertura assicurativa.

A ciò si aggiunge che il Giudice di secondo grado ha erroneamente ritenuto che la legge Gelli-Bianco abbia tipizzato un modello di copertura assicurativa incentrato anche sulla previsione di una clausola postuma di durata decennale. La ultrattività decennale di cui all’art. 11 della l. n. 24/17 è prevista solo per le ipotesi di cessazione definitiva dell’attività professionale poiché offre una garanzia anche rispetto a fatti generatori di risarcimento che si siano verificati nel periodo di efficacia della polizza incluso il periodo di retroattività della copertura. La scelta del legislatore è stata quella di non imporre l’utilizzo del meccanismo claims made con il solo vincolo della retroattività decennale permettere alle parti di scegliere se apporre una clausola di garanzia postuma aggiuntiva (ritenendo implicitamente che un vuoto di copertura potrebbe verificarsi solo quando l’assicurato non acquista più una nuova polizza). Ciò implica, a giudizio degli Ermellini, che il giudice a quo abbia errato nell’applicare la sunset clause decennale alla polizza per cui è causa.

In definitiva, la Cassazione ha accolto il ricorso e cassato la impugnata sentenza con rinvio alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione, la quale provvederà anche a liquidare le spese del giudizio di legittimità.

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