2 min read
«C’è troppa tensione nel cuore degli uomini, troppa animosità, troppa sete di vendetta»

Márai è uno scrittore ungherese che non conoscevo e che ho molto apprezzato in queste pagine così intense ed introspettive, così ricche di sentimenti umani e di riflessioni sul flusso di vita che ci attraversa man mano che i decenni ci scorrono dentro, addosso.

“Esiste una verità basata sui fatti. I fatti parlano da soli, come si suol dire, e verso la fine della vita tutti i fatti messi insieme lanciano accuse urlando a squarciagola, più forte di un imputato sottoposto a tortura. Ma talvolta i fatti non sono altro che deplorevoli conseguenze. Non si pecca solo mediante le azioni, bensì mediante l’intenzione che ci spinge a compiere determinate azioni”.

La ricerca della genesi della frattura di un rapporto (in questo caso di amicizia), la necessità di risalire al peccato originale, alla prima scheggia che ha deturpato la perfezione di un incastro armonioso è il filo conduttore dei quarantuno anni in cui il protagonista sopravvive all’assenza dell’amico vigliacco, ingrato e traditore, che ha causato la rovina della loro amicizia e l’annientamento del rapporto matrimoniale tra il protagonista e Krisztina. L’analisi del dettaglio, la struggente ricerca della verità che si tramuta nel bisogno di vendetta per apparire, poi, solo come necessità di trovare un nuovo senso da dare al tempo ormai perduto.

L’incipit quasi banale, della storia di un’amicizia adolescenziale maturata nel tempo e crollata sotto il peso insostenibile di un tradimento, diventa occasione di approfondimento della natura umana, delle minuziose sfumature di ogni passione, tensione, vizio e virtù.
Le braci, che non sono cenere, rappresentano un conto aperto con il passato, qualcosa che resta sospeso nel tempo, che brucia, sommessamente, nel cuore di un incendio ormai domato, la forza di non desistere, la resilienza dello spirito.

È bello analizzare le conseguenze emotive del torto subito dal protagonista e studiarne le fasi ascendenti e discendenti che suscitano in quell’uomo, come se fosse l’uomo per antonomasia. Attraversare le stagioni del sentimento, lasciarlo macerare, maturare, attutirne la foga per poi imparare a conviverci.
Tutto cambia a partire da un preciso istante e cambiamo noi, il nostro approccio alla vita, la nostra stessa essenza.
La lucidità di un soliloquio che snocciola scrupolosamente i fatti accaduti tra il protagonista e l’amico (e Krisztina) quarantuno anni prima e la necessità di un anziano di liberarsi dall’ultima zavorra che lo trattiene in vita prima di congedarsi dal mondo, serenamente, rendono questo piccolo romanzo un motivo di riflessione su se stessi, un promemoria per la vita.

Seguici sui social: