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Nota a Trib. Torino, Sez. I, 2 gennaio 2024.

di Antonio Zurlo

Studio Legale Greco Gigante & Partners

«Dum loquimur fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero
»

Mentre parliamo il tempo è già in fuga, come se provasse invidia di noi:

cogli l’attimo, sperando il meno possibile nel domani.

(Quinto Orazio Flacco)

 

 

Gli estratti conto, in quanto redatti dalla Banca, ben possono costituire prova da far valere alla medesima; pur tuttavia, nel caso in esame, parte attrice, avendo fornito solo gli estratti scalari che non indicano i pagamenti effettuati, non ha prodotto la documentazione di cui era onerata. Invero, gli estratti scalari non prendono in considerazione le singole operazioni (cosa che, di contro, si rinviene negli estratti conto) ma soltanto i saldi per valuta giornalieri.

La formulata richiesta ex art. 119 TUB (con la quale si potrebbe dimostrare che parte attrice non era nella condizione di produrre i documenti necessari e che la sua richiesta alla Banca di consegna degli estratti conto è rimasta inaudita) non può sopperire alla mancata produzione degli estratti conto, per due ordini di ragioni: la prima è che nella stessa richiesta parte attrice non menziona gli estratti conto, ma solamente i contratti; in secondo luogo, la circostanza, oramai pacifica, dell’obbligo della Banca di tenuta della documentazione circoscritto ai 10 anni precedenti la richiesta. Sul punto, una recente sentenza della Corte di Cassazione[1], confermando i propri precedenti, ribadisce l’inapplicabilità al caso in commento della disciplina di cui all’art. 1713 c.c., alla luce sia del principio generale di cui all’art. 2220 c.c., sia della disciplina speciale prevista dall’art. 119 TUB; naturale conseguenza è che «deve ritenersi vigente il principio generale di conservazione, da parte di ogni imprenditore commerciale» (e, dunque, ex art. 2195 c.c. anche di quello che esercita l’attività bancaria), «di tutta la documentazione contabile esclusivamente per la durata di dieci anni».

Sostiene la Cassazione, infatti, che è vero che «l’istituto di credito, nell’esecuzione del rapporto di conto corrente bancario, è tenuto a dare conto al correntista delle modalità di impiego del denaro custodito e delle operazioni eseguite in tale ambito, fornendo, a richiesta dello stesso cliente, documentazione relativa a tutti i movimenti effettuati sul conto corrente, anche in base a quanto previsto dall’art. 1713 c.c.»; nondimeno, nell’ipotesi de qua, «occorre fare riferimento alle disposizioni specifiche contenute nel cosiddetto Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (Decreto Legislativo 1 settembre 1993, n. 385) all’art. 119», la cui disposizione normativa circoscrive la pretesa del cliente-correntista a ottenere l’esibizione della copia di siffatta documentazione entro il decennio, termine oltre il quale la banca non può essere chiamata a rispondere, sotto alcun profilo, della mancata conservazione di dette scritture.

Peraltro, anche laddove si aderisse alla tesi favorevole alla non applicabilità della disciplina dettata dal Testo Unico Bancario, ai rapporti di conto corrente bancario instaurati prima dell’entrata in vigore di quest’ultimo, la pretesa del cliente dell’istituto di credito diretta a ottenere, da quest’ultimo, la consegna di copia della documentazione concernente singole operazioni sarebbe comunque limitata all’arco temporale dell’ultimo decennio prima della richiesta inoltrata alla banca, non sussistendo, in ragione del principio desumibile dall’art. 2220 c.c., l’obbligo di quest’ultima di provvedere alla conservazione di detta documentazione oltre il limite temporale sopra indicato.

Ciò detto, va, altresì, osservato che, sebbene l’art. 119 TUB non contenga un riferimento espresso all’estratto conto, riferendosi invece alla sola “documentazione inerente a singole operazioni”, la formulazione normativa consente di ritenere che il cliente possa esigere l’adempimento dell’obbligazione, sancita dall’ultimo comma dell’articolo 119, anche con riguardo agli estratti conto, ed indipendentemente dal fatto che la banca abbia esattamente adempiuto l’obbligazione di consegna periodica degli estratti conto medesimi.

Assodato, dunque, che anche gli estratti conto possono rientrare nel perimetro applicativo oltre che dell’art. 2220 c.c., pure dell’art. 119, comma 4, TUB, in tema di rapporti bancari, la limitazione, entro il decennio, del termine di conservazione della documentazione bancaria (oggi espressa nell’art. 119, comma 4, da ultimo citato) corrisponde ad un principio generale (cfr. art. 2220 c.c.) che, in quanto tale, non può che trovare applicazione, evidentemente, anche per i contratti conclusi anteriormente all’entrata in vigore del menzionato Testo Unico.

Ne deriva che il termine decennale in cui la Banca convenuta è chiamata a rispondere della conservazione degli estratti conto va cristallizzato al decennio precedente alla presentazione dell’istanza di richiesta documentale.

Se, dunque, l’onere di produrre in giudizio gli estratti conto contenenti i singoli pagamenti, al fine di identificare gli stessi come rimesse ripristinatorie e non solutorie e, comunque, al fine di provare l’apertura di credito, è a carico del correntista (a maggior ragione quando, come nel caso in esame, la Banca solleva apposita eccezione di prescrizione), in assenza di prova le rimesse si considerano tutte solutorie (e, nel caso concreto, anche prescritte). Né, tantomeno, è meritevole di condivisione la tesi (caldeggiata da parte attrice) per cui la prova dell’affidamento sia stata fornita attraverso la produzione della visura centrale rischi (nella quale, anche volendo sostenere che da essa si possa desumere un’erogazione di fido, non vi è indicazione alcuna circa la natura ripristinatoria, ovverosia intrafido, di ogni rimessa).

In altri termini, nei rapporti di conto corrente bancario, il cliente che agisca per ottenere la restituzione delle somme indebitamente versate, ha l’onere di provare l’inesistenza della causa giustificativa dei pagamenti effettuati facendosi carico della produzione dell’intera serie degli estratti conto.

Il diritto spettante al cliente, sancito dall’articolo 119, quarto comma, TUB, può essere esercitato in sede giudiziale attraverso l’istanza di cui all’articolo 210 c.p.c., in concorso dei presupposti previsti da tale disposizione, a condizione che detta documentazione sia stata precedentemente richiesta alla banca, che senza giustificazione non vi abbia ottemperato, e il principio di vicinanza della prova non può essere invocato ove ciascuna delle parti acquisisca la disponibilità della prova (documentale) di cui si dibatta (il che accade, almeno di regola, nel caso di stipula di contratti bancari), che non può diventare uno strumento interpretativo di inammissibile valorizzazione nel processo della diversità di forza economica dei contendenti[2].

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[1] Cfr. Cass. 29.11.2022, n. 35039.

[2] Così, Cass. 02.05.2019, n. 11543; Cass. 13.12.2019, n. 33009; Cass. 08.07.2021, n. 19566; Cass. 13.09.2021, n. 24641.

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