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«Il racconto autobiografico del ghostwriter di alcuni tra i più grandi successi tennistici nazionali e internazionali»

L’aggettivo possessivo, al centro del titolo, è il preludio, sincero, del racconto. Scrivere che Riccardo Piatti racconta se stesso o scrivere che Riccardo Piatti racconta il tennis si risolve, sostanzialmente, nella medesima affermazione.

Il tennis è la sua vita e la sua vita è il suo tennis. Perché Riccardo Piatti da Bordighera è, senza dubbio, il ghostwriter di alcuni tra i più grandi successi tennistici nazionali e internazionali.

Chi si aspetta di incontrare quel classico sentimentalismo, un po’ autocelebrativo, da autobiografia, abbondantemente sapido di aneddotica, può optare per un’altra lettura.

Leggere di se stessi è come guardarsi dal di fuori, senza poter far nulla per cambiare le cose che non ci sono piaciute o che vorremmo rifare (cit.): il racconto di Piatti è come un tie-break compassato al quinto set: troppo decisivo, per qualsivoglia digressione; troppo importante, per qualsiasi vanità; troppo definitivo, per sprecare occasioni. 

Quella di Riccardo Piatti è la storia di un uomo, che ha trasformato, da sé, il progetto del proprio futuro in una solida realtà. Senza aver smarrito mai per strada la propria passione. 

È un racconto onesto e disincantato degli albori difficili, come lo sono un po’ per tutti quelli che, coltivando un proprio sogno, devono curarlo attentamente, specie nelle prima fase di avvio. È un scambio veloce, da una metà all’altra del campo, di successi, sconfitte, delusioni, aspettative mantenute e deluse, incontri proficui e separazioni necessarie, scelte, azzardi e, soprattutto, coraggio di porli in essere. Bisogna essere sempre in grado di padroneggiare le situazioni, senza eccedere nell’aggressione e senza eccedere sulla difensiva. 

La differenza, tra vincere e perdere, sul campo come nella vita, spesso è affidata a una sola giocata. E bisogna essere in grado sempre di gestirla, qualunque essa sia.

Ecco, quindi, la democrazia soppiantata dalla meritocrazia. Perché le persone saranno tutte uguali, ma i tennisti no, alcuni sono più uguali degli altri, quelli capaci di avanzare sempre e di spingere indietro chi, per contro, decide di rimanere fermo, anche nella propria comfort zone.

Quella di Piatti è una storia di simbiosi con il tennis; lui così amante di “quei rettangoli rossi che luccicavano nel verde del parco, le racchette di legno, i giocatori in bianco”, che, in una scena quasi da infinito leopardiano, un muro (meno poeticamente della siepe del Poeta) il suo sguardo, da bambino, escludeva; al tempo stesso, così sincero con se stesso, senza mezze misure, da sapere, sin da subito, di non avere il physique du role del professionista. Ma del Maestro. Non solo insegnante, non solo coach, quindi, ma anche stratega, gestore, riferimento. 

Ecco, quindi, le diapositive della carriera, accanto alle giovani scommesse: i Piatti Boys; il gigante Ljubičić; la parentesi (troppo breve) con Novak Djokovic; il “romanticismo” con Richard Gasquet; e, poi, ancora Milos Raonic e Borna Coric, con l’intermezzo della regina (già abdicante) Maria Sharapova.

Fino a Jannik Sinner, “adottato”, prima, ed educato, poi, a rilanciare sempre, per essere pronto a sfruttare ogni grande occasione (e, ora, sappiamo che l’allievo non ha deluso le aspettative del suo maestro). 

Nel mezzo, il taccuino e i sette “comandamenti” della progressione didattica, il senso profondo di intimo e costruttivo inappagamento, l’entusiasmo totalizzante e il “monopensiero”, così difficile da condividere e metabolizzare, anche per gli stessi addetti ai lavori.

D’altronde, il tennis non è uno sport qualsiasi, ma il suo. 

Quello di Riccardo Piatti.