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Nota a Trib. Brescia, Sez. V, 20 dicembre 2023, n. 3348.

Segnalazione a cura dell'Avv. Angelo Riva.

Massima redazionale

Nella specie, gli attori hanno prospettato la responsabilità dell’Istituto di credito per violazione dei cc.dd. obblighi di protezione e informazione a salvaguardia dell’affidamento legittimamente ingenerato nel risparmiatore dal carattere “protetto” dell’attività d’intermediazione mobiliare, ex art. 1176, comma 2, c.c., sulla base della specifica attività professionale esercitata. Più nello specifico, parte attrice ha sostenuto l’instaurarsi di un contatto sociale qualificato, tra intermediario e cliente, nell’ambito del quale il primo assume anche una specifica obbligazione di informazione e vigilanza nell’interesse del secondo e a tutela del legittimo affidamento di quest’ultimo.

Il Tribunale bresciano ritiene meritevole di accoglimento siffatta prospettazione.

Invero, il contatto sociale qualificato è, secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, fatto idoneo a produrre obbligazioni, ai sensi dell’art. 1173 c.c. (in virtù del principio del principio di atipicità delle fonti), dal quale derivano, a carico delle parti, non obblighi di prestazione, bensì di buona fede, protezione e informazione, ai sensi degli artt. 2 Cost., 1175 e 1375 c.c. Nella materia contrattuale si traduce in un autonomo obbligo di condotta, che si assomma alla all’adempimento dell’obbligazione principale, in quanto diretto alla protezione di interessi ulteriori della parte contraente, estranei all’oggetto della prestazione contrattuale, ma, in ogni caso, coinvolti dalla realizzazione del risultato negoziale programmato[1].

Ebbene, l’operatore qualificato è, in particolare, tenuto all’obbligo di comportarsi in buona fede, in virtù della clausola generale di correttezza di cui all’art. 1175 c.c., estrinsecantesi, in specie, nell’obbligo di una corretta informazione, tra cui la comunicazione di tutte le circostanze note o, comunque, conoscibili, sulla base della diligenza qualificata. In tali fattispecie, si applica il regime probatorio ex art. 1218 c.c., sicché, mentre l’attore deve provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, sul convenuto incombe l’onere di dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa a sé non imputabile.

Esaurito l’inquadramento sistematico, il giudice bresciano ritiene che, nella fattispecie in esame, si possa scientemente configurare un’ipotesi di responsabilità da contatto sociale qualificato. Invero, l’attività bancaria si caratterizza per la peculiare professionalità dei soggetti che vi operano, che si riflette necessariamente su tutte le attività svolte nell’esercizio dell’impresa bancaria e, quindi, sui rapporti che in quelle attività sono radicati, per la cui corretta attuazione gli operatori bancari dispongono di strumenti e di competenze che normalmente gli altri soggetti non possiedono; da ciò, discende l’affidamento di tutti gli interessati nel puntuale espletamento dei compiti inerenti al servizio bancario, da un lato, e, dall’altro, la specifica responsabilità in cui il banchiere incorre nei confronti di coloro che, con lui, entrano in contatto per avvalersi di quel servizio, laddove non dovesse osservare le regole prescritte dalla legge.

Nel caso in esame, deve ritenersi provato che, pur non rivestendo la Banca il ruolo di parte contrattuale, nei contratti di compravendita conclusi tra gli attori e IDB s.p.a., il contesto nel quale i predetti negozi furono stipulati era indubbiamente quello del rapporto bancario di lunga data (circostanza, peraltro, non contestata). Più in particolare, gli elementi raccolti univocamente portano a ritenere che, come da chiara politica aziendale, anche gli acquisti dei diamanti da parte degli attori furono sollecitati e conclusi con l’attiva partecipazione della Banca convenuta, la quale intervenne nel ruolo di intermediaria, promuovendo gli acquisti, fornendo informazioni, raccogliendo gli ordini e dando esecuzione al pagamento del prezzo, per il tramite di bonifici, con addebiti sul conto corrente dei clienti.

In virtù della specifica posizione in tal modo assunta dalla Banca, la stessa era indubbiamente tenuta a obblighi di informazione, che non possono ritenersi correttamente adempiuti. La nota asimmetria informativa, intercorrente tra professionista e cliente, avrebbe dovuto essere colmata con l’osservanza di pregnanti doveri di trasparenza, chiarezza, lealtà e correttezza, vieppiù in ragione del consolidato rapporto di fiducia in essere con gli utenti-attori, tale da ingenerare più facilmente l’affidamento circa la trasparenza e la bontà dell’operazione. Tale diligenza non risulta essere stata osservata, dal momento che l’operazione è stata prospettata come un investimento sicuro, in un bene “rifugio”, con buona e costante redditività nel tempo e facile liquidabilità; non venne chiarito, al contempo, che il prezzo di acquisto del bene (rectius, dei diamanti) non corrispondesse all’effettivo valore intrinseco verificato dall’Istituto di credito, essendo, per converso, il risultato di una valutazione discrezionale della società venditrice, comprensiva di oneri aggiuntivi (tra i quali la stessa provvigione dovuta alla banca intermediaria).

 

 

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[1] Cfr. Cass. n. 24071/2017.

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