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Nota a ACF, 28 novembre 2023, n. 7020.

di Antonio Zurlo

Studio Legale Greco Gigante & Partners

«Le domande non sono mai indiscrete. Le risposte lo sono, a volte.»

(Oscar Wilde)

 

Nella specie, con precipuo riferimento al rispetto degli obblighi informativi genetici, l’Intermediario ha esibito solo la contabile di acquisto delle obbligazioni, nella quale è indicato il rating attribuito allo strumento dall’agenzia Moody’s (B2), ritenendo evidentemente che tale valore esprimesse chiaramente il livello di rischiosità dell’investimento. Tale informazione, tuttavia, non è accompagnata da alcuna ulteriore specifica, che ne possa in qualche modo chiarire il significato, nè da una legenda ovvero dalla rappresentazione della scala di valori dei rating Moody’s.

Ciò rilevato, non può dirsi che la resistente abbia reso idonea prova di aver assolto compiutamente gli obblighi informativi specifici nei confronti della cliente prescritti dalla normativa di settore, posto che le suddette informazioni, accompagnate dagli ulteriori dati tecnici sull’operazione, oltre a non essere idonee ad esplicitare in maniera chiara ed esaustiva la rischiosità effettiva dello strumento, sono state in ogni caso rese successivamente al perfezionamento dell’acquisto, e non hanno, dunque, di fatto contribuito a mettere la disponente in condizioni di compiere una scelta consapevolmente informata.

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Quanto al profilo dell’originaria investitrice, risulta esibito un solo questionario MiFID, sottoscritto nel dicembre 2011, contestualmente all’apertura dei rapporti, attestativo di un profilo decisamente basico, con un’apprezzabile avversione al rischio, tanto che veniva ad essa assegnato un profilo “Medio-basso. Più in particolare, la medesima dichiarava pregresse saltuarie esperienze in materia di investimenti finanziari e solo in strumenti a reddito fisso; di conoscere solo i servizi di custodia e amministrazione di strumenti finanziari e trasmissione esecuzione di ordini e/o negoziazione. Il questionario non contemplava specifiche domande sul livello di conoscenza delle singole tipologie di strumenti finanziari.

La propensione al rischio dichiarata risulta di livello limitato, con un orizzonte temporale di breve termine (da 1 a 5 anni) e la disponibilità a sopportare una perdita massima inferiore al 5% del patrimonio totale investito. Il questionario, oltre alla carenza di domande specifiche sulla conoscenza, difetta anche in termini di chiarezza prevedendo, per molte domande, la risposta “non rispondo”, associata ad altre opzioni ad esempio (Mai/non rispondo – In disaccordo/non rispondo – No/non rispondo, etc.), circostanze che non rendono possibile esaminare con precisione le risposte fornite.

Un tale profilo trova concreto riscontro anche nell’esame dei documenti di rendicontazione disponibili in atti, riferiti al periodo 31.12.2012-31.3.2020, dai quali risulta che, al 31.12.2012, sul dossier era presente un solo investimento in obbligazioni corporate e, nel corso del 2013, si rileva il solo acquisto di 50.000,00 euro di nominale di obbligazioni bancarie nel mese di maggio, vendute contestualmente all’acquisto contestato. A partire dal 31.12.2015, il portafoglio risulta rappresentato dalle sole obbligazioni in lite, fino al 31.12.2017, registrandosi, nel febbraio 2018, l’acquisto di 45.000,00 nominali di un prodotto in valute estera per poco meno di 9.000 euro, investimento che resterà l’unico ulteriore rispetto a quello impugnato, fino al suo rimborso in data 15.11.2019.

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Con riferimento alla valutazione dell’investimento, le parti non concordano, in quanto i ricorrenti sostengono che l’intermediario avrebbe prestato consulenza nei confronti della loro madre, mentre l’Intermediario nega di aver fornito un tale servizio, adducendo che la cliente avrebbe agito di propria iniziativa. Le affermazioni dei ricorrenti non sono, in ogni caso, accompagnate da evidenze idonee a ritenere che all’epoca l’acquisto in lite sia stato posta in essere nell’ambito del servizio di consulenza e che la madre sia stata consigliata/indotta ad operare in tal senso dal personale dell’Intermediario, né si rinvengono in atti elementi a supporto di una tale affermazione, che sarebbe stato onere, in ogni caso, degli odierni ricorrenti esibire. Di contro, le evidenze in atti non contribuiscono a fare chiarezza sul tipo di valutazione effettuata dall’Intermediario, in quanto nella schermata relativa all’ordine di acquisto è riportata l’annotazione “Ordine non appropriato”, ma nei passaggi informatici del sistema si rileva un riferimento all’inadeguatezza dell’operazione.

Il contratto-quadro prevedeva che l’Intermediario potesse fornire consigli e raccomandazioni personalizzate, in connessione ai servizi esecutivi, astenendosi dal consigliare operazioni non adeguate al cliente, mentre in relazione ad ordini impartiti dal cliente per l’esecuzione di operazioni, che non fossero state consigliate nell’ambito della consulenza, era previsto che “la Banca non effettua[sse] alcuna verifica dell’adeguatezza dell’ordine, con riferimento alla situazione finanziaria. agli obiettivi di investimento del Cliente”. Era, altresì, previsto che “(…) nel caso risulti che l’operazione richiesta non è appropriata per il Cliente con riferimento alla conoscenza ed esperienza del cliente nel settore di investimento rilevante, la Banca provvede ad avvertirlo di tale situazione. Se il Cliente intende comunque dar corso all’operazione dovrà confermare alla Banca per iscritto l’ordine impartito facendo espresso riferimento alle avvertenze ricevute”. Pertanto, anche volendo assumere che l’operazione in lite si sia svolta al di fuori del servizio di consulenza e sia stata valutata solo in termini di appropriatezza, ciò che rileva è che la condotta dell’Intermediario non può dirsi essere stata diligente, non risultando alcuna chiara dichiarazione di presa visione della rilevata inappropriatezza dell’acquisto da parte della madre dei ricorrenti, e della conseguente dichiarazione della volontà della medesima di procedere, in ogni caso, con l’acquisto.

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Per quanto attiene all’informativa successiva all’investimento, l’Intermediario ha esibito due note indirizzate alla madre dei ricorrenti, datate 7.1.2015 e 2.7.2015, aventi analogo contenuto, con le quali, nell’ambito del servizio di consulenza, oltre ad evidenziare alla cliente la determinazione del suo profilo “Medio-basso”, risultante dal questionario del dicembre 2011, le veniva comunicato che “(…) sulla base delle informazioni raccolte, è emerso che il Suo 7 portafoglio non risulta più allineato al Suo attuale profilo di rischio. Le ricordiamo che il disallineamento del Suo attuale portafoglio rispetto al Suo profilo di rischio evidenzia una assunzione di rischi finanziari superiori o incoerenti a quanto riportato sul Suo Questionario Mifid, con conseguente impossibilità di impartire ordini di acquisto di strumenti finanziari. Per tale motivo, La invitiamo a recarsi quanto prima in filiale/prendere appuntamento con il Suo Promotore finanziario al fine di valutare eventuali azioni per riallineare il Suo portafoglio ed aggiornare contestualmente il Suo Profilo di rischio. Inoltre, sempre in relazione all’informativa resa nel continuo, risulta che nelle rendicontazioni periodiche l’Intermediario riportava, tra le altre informazioni, il prezzo di quotazione (in caso di titoli illiquidi il fair value) e il controvalore in euro. Dai detti rendiconti risulta che obbligazioni in lite, acquistate ad ottobre 2013 al prezzo di 80,59, già al 31.12.2014 subivano un importante deprezzamento a 48,105, scendendo ancora al 31.12.2015 a 42,04, per risalire a 51,97 al 31.12.2016, ed a 53,65 al 26.5.2017. Successivamente, si assiste ancora ad una certa volatilità di prezzo, con valori che, dopo un repentino calo al 31.12.2017 (25,76), appena dopo il default dello Stato emittente, riprendono leggermente a salire nel mese di marzo 2018 (32,27), per scendere poi costantemente nei trimestri seguenti (al 31.12.2018 il valore era di 23,17). Da ultimo, a partire dal 2019, il prezzo corrente delle obbligazioni viene valorizzato con “0” ed i titoli risultano immessi in una tabella ad hoc, che porta l’intestazione di “Titoli illiquidi non quotati”, per i quali non è indicato alcun fair value, né alcun presumibile valore di realizzo, in quanto trattasi di “strumenti illiquidi particolarmente complessi da valorizzare”. Pertanto, non è riscontrabile la dedotta violazione, da parte dell’Intermediario, degli obblighi informativi nel continuo.

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Dagli elementi sopra esposti emergono, in conclusione, diverse criticità nell’operato dell’Intermediario, specie con riferimento alla fase genetica dell’investimento, il che radica la sua responsabilità sotto il profilo risarcitorio. Dovendosi, pertanto, procedere alla liquidazione del danno, occorre considerare che l’importo investito per l’acquisto contestato risulta essere stato di 50.213,46 euro, e che l’Intermediario ha fornito documentazione dalla quale si evince l’incasso di complessivi 20.483,94 euro per cedole. Tale ultimo importo, detratto dall’investimento iniziale, riduce la perdita subìta alla cifra di 29.752,52 euro (50.213,46-20.483,94), somma alla quale si ragguaglia il danno in linea capitale, da dividere a giusta metà tra i due ricorrenti, oltre alla rivalutazione e agli interessi.

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