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Nota a ABF, Collegio di Milano, 2 agosto 2023, n. 8215.

di Silvia Pianigiani

Praticante avvocato

Circostanze di fatto.

Parte ricorrente ha chiesto di accertare e dichiarare la responsabilità degli intermediari resistenti con condanna degli stessi al risarcimento del danno per una somma determinata equitativamente in euro 30.000,00, ovvero altra somma ritenuta congrua considerando che la ricorrente è stata coinvolta in tre distinti procedimenti penali, originati dall’apertura presso gli intermediari convenuti di distinti conti correnti a suo nome sui quali sono state progressivamente accreditate somme di denaro provenienti da reato.

In particolare, la ricorrente lamenta la condotta illegittima di entrambi gli intermediari in quanto gli stessi non avrebbero provveduto diligentemente a verificare l’identità della ricorrente prima di procedere con l’apertura dei rapporti di conto corrente.

 

La decisione assunta dal Collegio.

In questa recentissima pronuncia l’ABF milanese ha ritenuto nel merito di accogliere il ricorso avente ad oggetto l’accertamento della responsabilità degli intermediari A e B in quanto quest’ultimi non avrebbero correttamente proceduto ad identificare il cliente secondo la normativa vigente.

Difatti, attraverso questa pronuncia il Collegio ha fornito un quadro preciso in merito agli adempimenti cui sono tenuti gli intermediari in materia di verifica dell’identità del cliente, il tutto è stato realizzato focalizzando l’attenzione sulla normativa antiriciclaggio contenuta all’interno del D.lgs.n. 231/2007 (Attuazione della direttiva 2005/60/CE concernente la prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, nonché della direttiva 2006/70/CE che ne reca misure di esecuzione) nonché sulle disposizioni della Banca d’Italia del 30 luglio 2019 in tema di adeguata verifica della clientela per il contrasto del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo, con particolare riferimento alla parte II, sezione VIII in tema di operatività a distanza.

Tutto ciò premesso e richiamato, secondo il Collegio si può rilevare che l’intermediario B, a fronte di un rapporto di conto corrente aperto on-line, quindi senza la presenza fisica del cliente, non si è attenuto a quegli obblighi rafforzati di adeguata verifica previsti dall’art. 19 del d.lgs. n. 231 del 2007 concernente l’identificazione a distanza.

Difatti, l’intermediario B ha identificato la cliente mediante l’acquisizione di un documento di riconoscimento ma “non tramite un autoscatto ritraente la cliente stessa con in mano il documento, atteso che l’autoscatto è stato effettuato dalla ricorrente, come da essa dichiarato, rispondendo ad un annuncio di lavoro, dopo essere stata contattata da una persona che le richiedeva l’invio di foto dei documenti di identità nonché un autoscatto ove si vedesse il suo volto ed il documento di identità per partecipare alla selezione per un posto di lavoro. I dati della ricorrente, invece, sono stati verificati con quelli presenti sul documento d’identità tramite software Fraud Analyzer, che ha confrontato i dati di riconoscimento con quelli desumibili dalla carta di identità e non ha rilevato alcuna segnalazione.”

Per quanto concerne invece l’intermediario A, questi avvalendosi della possibilità di identificare il cliente-persona fisica tramite bonifico esterno, vale a dire ricorrendo ad un bonifico in entrata proveniente da un conto corrente intestato al cliente, non si è conformato alla normativa di settore laddove, da un lato, il bonifico non è stato effettuato a valere su un conto per il quale il cliente è stato identificato di persona atteso che il rapporto di conto corrente aperto presso l’intermediario B a tal fine utilizzato è stato aperto on-line e non di persona.

Dunque, per l’ABF milanese  è evidente che nel caso di specie il fatto da cui origina il pregiudizio subito dalla parte ricorrente, vale a dire l’apertura di rapporti di conto corrente a suo nome da parte di terzi al fine di farvi confluire somme provenienti da reato, sia imputabile agli intermediari resistenti, i quali non hanno diligentemente adempiuto agli obblighi di adeguata verifica della clientela come individuati dalla normativa di settore.

Pertanto, è chiaro che la condotta degli intermediari resistenti sia stata necessaria e sufficiente a causare il danno subito dalla parte ricorrente e comunque tale da aggravare apprezzabilmente il pericolo del verificarsi del fatto dannoso, sicché non sembra esservi dubbio circa la sussistenza di un nesso causale che consenta di imputare agli intermediari resistenti il danno subito dalla parte ricorrente.

Inoltre, l’ABF ha inteso sottolineare che la progressiva diffusione dei fenomeni relativi al furto di identità nei rapporti bancari e finanziari necessita di un sistema di controllo rafforzato “anche attraverso ogni ulteriore e più ampia verifica che pur non espressamente prevista dalla normativa si renda necessaria in base alle circostanze del caso concreto”.

Il Collegio ha così deciso “accertata e dichiarata la responsabilità degli intermediari resistenti per i pregiudizi subiti dalla parte ricorrente, consistenti nell’essere stata coinvolta in tre procedimenti penali con conseguenti pregiudizi di tipo esistenziale che sono sicuramente riconoscibili nel caso di specie, il Collegio ritiene di poter liquidare equitativamente il danno da risarcire alla parte ricorrente quantificandolo, ex art. 1226 c.c., in euro 5.000,00 per ciascun intermediario resistente (conformemente alla decisione di questo Collegio di Milano n. 10885/2020).

Quanto al danno patrimoniale paventato dalla ricorrente consistente nelle spese legali sostenute per la difesa nei procedimenti penali, il Collegio non ritiene di poter accogliere la domanda in quanto è stata prodotta agli atti esclusivamente di una fattura “pro forma” relativa alle spese legali e non una definitiva alla ricezione del pagamento.”.

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