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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 20 luglio 2023, n. 21821.

di Antonio Zurlo

Studio Legale Greco Gigante & Partners

«Nullus quippe credit aliquid, nisi prius cogitaverit esse credendum»

 

Nella specie, il Tribunale avrebbe ritenuto comprovata la titolarità del credito da parte della cessionaria sulla base di una dichiarazione ad hoc, con cui si dava atto del fatto che, tra i crediti ceduti nell’operazione di cessione in blocco, rientrasse anche il credito oggetto di causa. Siffatta dichiarazione, a giudizio della reclamante, era inidonea a dimostrare la titolarità del credito in capo al cessionario, oltre che sfornita di qualsiasi valore probatorio, non potendosi qualificare né come confessione stragiudiziale (in quanto proveniente da un soggetto terzo), né, tantomeno, come documento, essendo stato predisposto ad hoc in epoca posteriore all’emanazione del provvedimento di sospensione emesso all’esito della fase sommaria dell’opposizione ex art. 615 c.p.c.

La Corte d’Appello, pronunciandosi sul reclamo, dopo aver affermato che, in linea di principio, «la titolarità della posizione soggettiva, attiva o passiva, vantata in giudizio è un elemento costitutivo della domanda ed attiene al merito della decisione, sicché spetta all’attore allegarla e provarla, salvo il riconoscimento, o lo svolgimento di difese incompatibili con la negazione, da parte del convenuto»; la società che si afferma successore della parte originaria e assuma, quindi, di essere cessionaria di crediti bancari in blocco è onerata dal fornire la prova della propria legittimazione; la cessione del credito, in particolare, opera una successione nel lato attivo dell’obbligazione e trova la propria disciplina generale nell’art. 1260 c.c., ai sensi del quale il creditore può trasferire a titolo oneroso o gratuito il suo credito, anche senza il consenso del debitore; in caso di cessione in blocco di crediti, a norma dell’art. 58 TUB, «la banca cessionaria dà notizia dell’avvenuta cessione mediante iscrizione nel registro delle imprese e pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana …». La Corte ha ritenuto, inoltre, che tale norma, introducendo una disciplina speciale e derogatoria rispetto a quella ordinaria di cui all’art. 1264 c.c., si pone nell’ottica di agevolare la pubblicità e l’opponibilità di trasferimenti interessanti vasti portafogli di crediti, in modo tale che la pubblicazione dell’atto di cessione, ponendosi sullo stesso piano degli oneri prescritti dalla disciplina codicistica per la notificazione dell’atto al debitore ceduto, ne realizzi di fatto il medesimo effetto di pubblicità. Nell’ipotesi di cessione di azienda bancaria e di cessione di crediti oggetto di cartolarizzazione, pertanto, la pubblicazione dell’atto di cessione sulla Gazzetta Ufficiale sostituisce a ogni effetto la notificazione dell’atto, ovvero l’accettazione da parte del debitore ceduto, con la conseguenza che, mentre secondo la disciplina ex art. 1264 c.c. è sufficiente che il cessionario provi la notificazione della cessione ovvero l’accettazione da parte del debitore, la disciplina speciale richiede semplicemente la prova che la cessione sia pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, oltre all’iscrizione nel registro delle imprese.

La cessionaria aveva prodotto in atti copia della Gazzetta Ufficiale contenente la pubblicazione dell’avviso di cessione pro-soluto, ai sensi degli artt. 4 e 7, comma 1, della l. n. 130/1999, relativa al contratto di cessione, avente a oggetto «tutti i crediti (per capitale, interessi, anche di mora, accessori, spese, ulteriori danni, indennizzi e quant’altro) derivanti da contratti di finanziamento, chirografari ed ipotecari, e sconfinamenti di conto corrente sorti nel periodo compreso tra 1982 e 2016, i cui debitori sono stati classificati “a sofferenza” ai sensi della Circolare della Banca d’Italia n. 272/2008 (matrice dei conti)».

La cessione di crediti in blocco, infatti, «di per sé non può ritenersi sufficiente ad attestare che proprio (ed anche) il credito specificatamente dedotto in giudizio fosse ricompreso tra quelli oggetto di cessione». La pubblicazione dell’atto di cessione dei crediti in blocco nella Gazzetta Ufficiale, così come l’iscrizione nel registro delle imprese, ponendosi sullo stesso piano degli oneri prescritti in via generale dall’art. 1264 c.c., risulta estranea al perfezionamento della fattispecie traslativa, in quanto rileva al solo fine di escludere l’efficacia liberatoria del pagamento eseguito al cedente. «In caso di contestazione, quindi, spetta pur sempre al cessionario fornire la prova dell’essere stato il credito di cui si controverte giustappunto compreso tra quelli compravenduti nell’ambito dell’operazione di cessione in blocco, giacché in ogni fattispecie di cessione di crediti il fondamento sostanziale della legittimazione attiva è legato, per il cessionario, alla prova dell’oggetto della cessione».

In particolare, in caso di cessione di crediti in blocco, ai sensi dell’art. 58 TUB, la norma non implica la perdita della legittimazione sostanziale e processuale della banca cedente, avendo unicamente l’effetto di derogare, nello specifico settore bancario, alla disciplina dettata dal codice civile in tema di opponibilità ai debitori ceduti della cessione dei debiti trasferiti in blocco. La contestazione comporta un preciso onere del cessionario di provare specificamente che il credito per il quale agisce sia stato oggetto della cessione, giacché, in ogni fattispecie di cessione di crediti, il fondamento sostanziale della legittimazione attiva è legato, per il cessionario, ad una prova siffatta: la parte che agisca affermandosi successore a titolo particolare della parte creditrice originaria, in virtù di un’operazione di cessione in blocco ai sensi dell’art. 58 TUB, ha, pertanto, l’onere di dimostrare l’inclusione del credito oggetto di causa nell’operazione di cessione in blocco, in tal modo fornendo la prova documentale della propria legittimazione sostanziale, a meno che il resistente non l’abbia esplicitamente o implicitamente riconosciuta, e ciò a maggior ragione vale ove sia in contestazione, fin dall’inizio del giudizio, la legittimazione sostanziale della parte che abbia azionato il credito.

Ciò posto, poiché nel caso in esame «ad essere oggetto di contestazione era, non l’opponibilità della cessione bensì il contenuto della stessa (ossia il fatto che quello specifico credito azionato in sede fallimentare avesse realmente formato oggetto di detta cessione), la creditrice istante non abbia soddisfatto l’onere probatorio circa il fatto costitutivo del credito vantato, e conseguentemente la propria titolarità soggettiva. Nel presente giudizio, infatti, non è stata dimostrata la titolarità della cessionaria poiché la relativa prova passava necessariamente mediante la produzione del contratto di cessione, ovvero altra documentazione contrattuale negoziata con la banca cedente riconducibile al rapporto ceduto».

La Corte ha aggiunto che a tale carenza possa sopperire la dichiarazione del cedente sottoscritta. Invero, dopo aver evidenziato che il contratto di cessione di crediti non è soggetto a particolari requisiti formali, non essendo la forma scritta richiesta ad substantiam, né, tantomeno, ad probationem, ha ritenuto che deve escludersi che, nel caso di cessione di crediti in blocco ai sensi dell’art. 58 TUB, l’avvenuta stipulazione possa essere provata a mezzo di presunzioni ovvero prova testimoniale. Allo stesso modo, va esclusa la possibilità che tale onere probatorio possa essere soddisfatto mediante la produzione della dichiarazione da parte del cedente relativa alla avvenuta cessione del credito vantato nei confronti del debitore ceduto, che, in ogni caso, potrebbe essere, al più, oggetto di libero apprezzamento da parte del giudice, stante il fatto che essa è stata illimitatamente contestata dall’odierna reclamante, sin dal primo scritto difensivo successivo alla relativa produzione, circa l’asserita ed indimostrata riferibilità della stessa alla banca asserita cedente, dovendo a questo punto la resistente dimostrare che la stessa sia stata effettivamente redatta da un funzionario della banca cedente munito dei necessari poteri di firma, il che non è avvenuto. La cessionaria, inoltre, non ha mai prodotto l’asserito contratto di cessione, né, tantomeno, l’elenco dei crediti ivi asseritamente ceduti, tra i quali dovrebbe rientrare anche quello in origine vantato dalla nei confronti della reclamante. Al contempo, l’accesso al sito internet indicato sulla Gazzetta Ufficiale, del resto, ha reso visibili solo una serie di numeri che non hanno trovato riscontro in atti.

In definitiva, la Corte territoriale ha osservato che l’elenco identificativo dei rapporti ceduti, pur menzionato nella dichiarazione de qua, ove la si ritenesse validamente proveniente dalla parte cedente, non risulta, in mancanza di ulteriori elementi gravi, precisi e concordanti, agevolmente ricollegabile alla posizione debitoria per cui si procede in questa sede, così come non risulta altrimenti accertato che il codice COPE indicato corrisponda effettivamente al codice identificativo dei rapporti bancari intercorsi tra cedente e reclamante.

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Non v’è dubbio che, in linea di principio, la parte che agisce in giudizio affermandosi successore a titolo particolare del creditore originario, in virtù di un’operazione di cessione in blocco secondo la speciale disciplina, di cui all’art. 58 TUB, ha l’onere di dimostrare l’inclusione del credito medesimo in detta operazione, in tal modo fornendo la prova documentale della propria legittimazione sostanziale[1]. Invero, il prefato art. 58 TUB, lì dove consente «la cessione a banche di aziende, di rami d’azienda, di beni e rapporti giuridici individuabili in blocco», detta una disciplina derogatoria rispetto a quella ordinariamente prevista dal codice civile per la cessione del credito e del contratto:

a) subordinandone l’efficacia alla notizia data dalla banca cessionaria mediante l’iscrizione della cessione del Registro delle imprese e la pubblicazione di un avviso nella Gazzetta Ufficiale;

b) disponendo che tali adempimenti producono i medesimi effetti dell’accettazione o della notificazione previsti dall’art. 1264 c.c.;

c) attribuendo a coloro che sono parte di contratti ceduti la facoltà di esigere entro tre mesi l’adempimento sia dal cedente che dal cessionario;

d) disponendo che, trascorso il predetto termine, risponde in via esclusiva il cessionario;

e) consentendo ai contraenti ceduti di recedere per giusta causa dal contratto, entro il medesimo termine;

f) escludendo la necessità di qualsiasi formalità o annotazione per la conservazione in favore del cessionario della validità e del grado dei privilegi e delle garanzie prestate a favore del cedente, nonché delle trascrizioni nei pubblici registri degli atti di acquisto dei beni oggetto di locazione finanziaria compresi nella cessione.

Tale disciplina trova giustificazione principalmente nell’oggetto della cessione, costituito, oltre che da aziende o rami di azienda, da interi “blocchi” di beni, crediti e rapporti giuridici, individuati non già singolarmente ma per tipologia, sulla base di caratteristiche comuni, oggettive o soggettive: è per tale motivo, oltre che per il gran numero dei soggetti interessati, che la norma prevede, tra l’altro, la sostituzione della notifica individuale con la pubblicazione di un avviso, cui possono aggiungersi forme  integrative di pubblicità. A tal fine, è prevista anche l’emanazione d’istruzioni da parte della Banca d’Italia, la quale, nell’esercitare il relativo potere, ha confermato che per “rapporti giuridici individuabili in blocco” devono intendersi “i crediti, i debiti e i contratti che presentano un comune elemento distintivo”, chiarendo che lo stesso «può rinvenirsi, ad esempio, nella forma tecnica, nei settori economici di destinazione, nella tipologia della controparte, nell’area territoriale e in qualunque altro elemento comune che consenta l’individuazione del complesso dei rapporti ceduti»[2].

La possibilità di fare riferimento alle caratteristiche dei rapporti ceduti, quale criterio per l’individuazione dell’oggetto del contratto, non rappresenta d’altronde un’anomalia rispetto alla disciplina generale dettata dall’art. 1346 c.c., il quale, prescrivendo che l’oggetto del contratto dev’essere “determinato o determinabile”, non richiede che lo stesso sia necessariamente indicato in maniera specifica, a condizione che esso possa essere identificato con certezza sulla base di elementi obiettivi e prestabiliti risultanti dallo stesso contratto[3].

In tema di cessione in blocco dei crediti da parte di una banca, ai sensi dell’art. 58 TUB, è, dunque, sufficiente a dimostrare la titolarità del credito in capo al cessionario la produzione dell’avviso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale recante l’indicazione per categorie dei rapporti ceduti in blocco, senza che occorra una specifica enumerazione di ciascuno di essi, allorché gli elementi comuni presi in considerazione per la formazione delle singole categorie consentano di individuare senza incertezze i rapporti oggetto della cessione[4].

In forza di tale principio, risulta, allora, evidente che, a fronte dell’avviso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, che indica gli elementi comuni presi in considerazione per la formazione delle singole categorie di crediti ceduti e consente la loro identificazione senza incertezze[5], la mancanza tra gli atti del giudizio di una specifica elencazione dei rapporti ceduti (e, prima ancora, del contratto di cessione) non esonerava la corte d’appello dal compito, appunto, di verificare, alla luce dei documenti prodotti in giudizio dalla ricorrente, se, a fronte delle relative emergenze di fatto, il credito azionato dalla cessionaria era, in ragione del titolo e del tempo della sua origine, della sua idoneità ad essere identificato “ai sensi della Circolare della Banca d’Italia n.272/2008” come “a sofferenza” (a prescindere, dunque, in fatto, da un’esplicita classificazione come tale ad opera della banca cedente e della mancata replica dell’istante alla contestazione sollevata sul punto dalla società resistente), compreso tra le pretese trasferite alla cessionaria o era, al contrario, annoverabile, sotto l’uno e/o l’altro profilo, tra i crediti esclusi dalla cessione (e, nel primo caso, se la cessione sia o meno opponibile alla società debitrice).

In definitiva, in caso di cessione in blocco dei crediti da parte di una banca, ai sensi dell’art. 58 TUB, è sufficiente a dimostrare la titolarità del credito in capo al cessionario la produzione dell’avviso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale recante l’indicazione per categorie dei rapporti ceduti in blocco, senza che occorra una specifica enumerazione di ciascuno di essi, allorché gli elementi comuni presi in considerazione per la formazione delle singole categorie consentano d’individuare senza incertezze i rapporti oggetto della cessione, sicché, ove i crediti ceduti sono individuati, oltre che per titolo (capitale, interessi, spese, danni, etc.), in base all’origine entro una certa data ed alla possibilità di qualificare i relativi rapporti come sofferenze in conformità alle istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia, il giudice di merito ha il dovere di verificare se, avuto riguardo alla natura del credito, alla data di origine dello stesso e alle altre caratteristiche del rapporto, quali emergono delle prove raccolte in giudizio, la pretesa azionata rientri tra quelle trasferite alla cessionaria o sia al contrario annoverabile tra i crediti esclusi dalla cessione.

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Brevissima nota in calce.

Appare evidente come questa ordinanza della Prima Sezione Civile si ponga in una certa conflittualità con la quasi coeva ordinanza della Terza Sezione Civile, n. 17944/2023, già annotata su questo Portale[6]. Sommessamente, non sembra più procrastinabile, a giudizio di chi scrive, anche, se del caso, sollecitato per il tramite il nuovo “armamentario” post-Riforma, l’intervento chiarificatore delle Sezioni Unite.  

 

 

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[1] Così, Cass. n. 5857/2022; Cass. n. 24798/2020; Cass. n. 4277/2023.

[2] Cfr. circolare n. 229 del 21.04.1999.

[3] Cfr. Cass. n. 31188/2017.

[4] Cfr. Cass. n. 31188/2017, che ha cassato la sentenza con la quale il giudice di merito aveva ritenuto insufficiente la produzione dell’avviso di pubblicazione, recante l’indicazione per categorie dei rapporti esclusi dalla cessione, omettendo di verificare se il credito azionato fosse o meno riconducibile ad una delle predette categorie: la Corte, in particolare, dopo aver evidenziato che “la trascrizione dello avviso pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, riportata a corredo del motivo di impugnazione, consente … di rilevare che i crediti ceduti erano individuati, oltre che per titolo (capitale, interessi, spese, danni, etc.), in base alla pendenza ad una certa data ed alla possibilità di qualificare i relativi rapporti come sofferenze, conformemente alle istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia, … “, ha, di conseguenza, ritenuto che “non avrebbe dunque potuto sottrarsi il Tribunale al compito di verificare se, avuto riguardo alla natura del credito, alla data di chiusura del conto ed alle altre caratteristiche del rapporto, la pretesa azionata rientrasse tra quelle trasferite alla cessionaria (e da quest’ultima trasferite all’attrice, per effetto dell’incorporazione) o fosse annoverabile tra i crediti esclusi dalla cessione”. V., più di recente, Cass. n. 4277/2023, la quale, invece, ha confermato una sentenza con la quale il giudice di merito aveva “ritenuto l’idoneità asseverativa dell’avviso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale … in ordine a plurime circostanze: l’esistenza di una cessione di crediti «in blocco» …, la chiara determinazione dell’oggetto della stessa, riferita ai crediti «in sofferenza», la univoca definizione di siffatta categoria di crediti, l’inclusione nell’àmbito di essa della pretesa creditoria azionata con il contestato precetto”.

[5] Vale a dire «… tutti i crediti (per capitale, interessi, anche di mora, accessori, spese, ulteriori danni, indennizzi e quant’altro) … derivanti da contratti di finanziamento, chirografari ed ipotecari, e sconfinamenti di conto corrente sorti nel periodo compreso tra 1982 e 2016, i cui debitori sono stati classificati “a sofferenza” ai sensi della Circolare della Banca d’Italia n. 272/2008 (Matrice dei Conti)».

[6] V. Cass. Civ., Sez. III, 22 giugno 2023, n. 17944, con nota di A. Zurlo, Cessione di crediti in blocco: ripartizione onere della prova (in relazione all’oggetto delle contestazioni del debitore ceduto).

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