Provare cessione, non opporre decreto: sulla prova della titolarità della cessionaria “in blocco”.



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Nota a Trib. Spoleto, 6 settembre 2021 (segnalazione dell’Avv. Giovanni Lauro)

di Antonio Zurlo

Scrutinio particolarmente significativo del Tribunale umbro, in tema di prova dell’effettiva titolarità della cessionaria.

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Nella specie, il Tribunale di Spoleto ha accolto l’opposizione e, consequenzialmente, revocato il decreto ingiuntivo opposto, ritenendo, al termine di un approfondimento “monografico”, fondata l’eccezione di carenza di legittimazione attiva, in capo alla società asseritamente creditrice, formulata dall’opponente.

Il giudice umbro rileva come, secondo un primo orientamento (ormai residuale), l’allegazione dell’avviso di cessione pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ai sensi dell’art. 58, comma 2, TUB, sia bastevole per comprovare, in giudizio, l’avvenuto trasferimento del credito in favore del soggetto cessionario, a condizione che tale avviso consenta di individuare con certezza, mediante il ricorso a caratteristiche comuni, i crediti oggetto della cessione in blocco. Mutuando testualmente il pronunciamento della Corte di Cassazione, «è sufficiente a dimostrare la titolarità del credito in capo al cessionario la produzione dell’avviso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale recante l’indicazione per categorie dei rapporti ceduti in blocco, senza che occorra una specifica enumerazione di ciascuno di essi, allorché gli elementi comuni presi in considerazione per la formazione delle singole categorie consentano di individuare senza incertezze i rapporti oggetto della cessione»[1]. Il principio de quo si fonda su due ordini di ragioni:

  • il legislatore avrebbe voluto distinguere la cessione di crediti in blocco dalle altre forme di cessione, assoggettandola alla disciplina speciale del TUB, che deroga alle regole codicistiche sulla cessione del credito (ex art. 1264 c.c.). La ratio della normativa di favore nei confronti del creditore risiederebbe nella natura di questo tipo di cessioni, riguardanti un gran numero di rapporti giuridici e, spesso, una pluralità di vicende circolatorie; la finalità sottesa all’art. 58 TUB sarebbe completamente vanificata qualora si onerasse il creditore cessionario di provare la titolarità del credito mediante la produzione del contratto di cessione, poiché, significherebbe costringerlo anche a produrre tutti i contratti che riguardano le cessioni precedenti sino a risalire all’originario creditore cedente[2].
  • Del pari, il raccordo tra la disciplina speciale (a cui sono sottoposti i contratti di cessione di crediti in blocco) e la disciplina generale del contratto, prevista dal codice civile, non indurrebbe alcuna violazione dell’art. 1346 c.c., poiché, tale disposizione, nel prevedere che l’oggetto del contratto debba essere determinato o determinabile, non richiede alcuna indicazione specifica, e pertanto, può ritenersi sufficiente che il credito ceduto in blocco possa essere identificato con certezza sulla base di elementi obbiettivi e prestabili risultanti dallo stesso contratto.

Nel caso di specie, la cessionaria ha prodotto un avviso di cessione di crediti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana con indicazione dell’indirizzo del sito internet ove erano asseritamente disponibili i dati relativi ai crediti fino a loro estinzione.

Lo stesso Tribunale, pur tuttavia, non si esime dal rilevare la diffusione, sempre maggiore, di un orientamento più “severo”, che ritiene che la pubblicazione dell’avviso di cessione sulla Gazzetta Ufficiale esonera sì la cessionaria dal notificare la cessione al titolare del debito ceduto, ma non sia bastevole a comprovare la titolarità del credito in capo all’avente causa, se non individui il contenuto del contratto di cessione[3]. Senza soluzione di continuità, una parte della giurisprudenza ha statuito che «[…] una cosa è l’avviso della cessione – necessario ai fini dell’efficacia della cessione – un’altra è la prova dell’esistenza di un contratto di cessione e del suo specifico contenuto»[4] e dichiarando, conseguentemente, il difetto di legittimazione attiva in capo al cessionario del credito.

In base a una valutazione “più rigorosa”, la prova della titolarità del credito transita necessariamente mediante la produzione del contratto di cessione; non basterebbe la dichiarazione della cessionaria contenente l’elenco delle posizioni cedute, individuate con codici numerici. Secondo altra valutazione, la prova può essere raggiunta mediante il contratto di cessione, o, in alternativa, una liberatoria rilasciata dall’Istituto di credito cedente.

Nel caso in esame, l’unico documento ritualmente prodotto dalla convenuta è stato l’estratto della Gazzetta Ufficiale, con il quale è stata data notizia dell’avvenuta operazione di cartolarizzazione, ma nel quale non sono state fornite indicazioni, sufficientemente specifiche, puntuali e dettagliate, per l’individuazione delle singole posizioni cedute, rinviando, per relationem, ad altre fonti[5].

A fronte di tali risultanze istruttorie, in sede giurisdizionale, stante la specifica eccezione, sarebbe stato onere della società convenuta (si badi, attrice in senso sostanziale) fornire la documentazione dalla quale poter verificare se anche il credito attenzionato rientrasse (o meno) tra quelli oggetto di cessione (prodotta tardivamente, solo all’udienza di precisazione delle conclusioni). Non essendo stato stata addotta prova della titolarità del credito, l’opposizione merita integrale accoglimento, con conseguente revoca del decreto ingiuntivo.

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 29.12.2017, n.31188; Cass. Civ., Sez. III, 13.06.2019, n. 15884; Cass. Civ., Sez. I, 26.06.2019, n. 17110.

[2] Tale aggravio dell’onere probatorio si porrebbe, peraltro, in contrasto con l’art. 24 Cost, da cui discende il principio di vicinanza della prova e il divieto di interpretare la legge in modo da rendere impossibile o troppo difficile l’esercizio dell’azione in giudizio. La Suprema Corte aggiunge che «a tal fine, è prevista anche l’emanazione d’istruzioni da parte della Banca d’Italia, la quale, nell’esercitare il relativo potere, ha confermato che per “rapporti giuridici individuabili in blocco” devono intendersi “i crediti, i debiti e i contratti che presentano un comune elemento distintivo”, chiarendo che lo stesso “può rinvenirsi, ad esempio, nella forma tecnica, nei settori economici di destinazione, nella tipologia della controparte, nell’area territoriale e in qualunque altro elemento comune che consenta l’individuazione del complesso dei rapporti ceduti” (cfr. circolare n. 229 del 21 aprile 1999)».

[3] V. Cass. Civ., Sez. III, 13.09.2018, n. 22268.

[4] V. Cass. Civ., Sez. III, 31.01.2019, n. 2780.

[5] In particolare, nello stesso estratto si legge «in virtù dei Contratti di Cessione, la Società ha acquistato pro soluto dalle Banche cedenti, tutti i crediti pecuniari (derivanti, tale le altre cose, da finanziamenti ipotecari e/o chirografari) che siano stati individuati nel documento di identificazione dei crediti allegato al rispettivo Contratto di Cessione e che siano vantati verso i debitori classificati a sofferenza”; ancora, si legge “ai sensi dell’art. 7.1, comma 6, della Legge sulla Cartolarizzazione, le Banche Cedenti e le società renderanno disponibili nelle pagine xxxxxxxx quanto a XXXXXX e xxxxxxxxxx quanto a XXXXXXXXXX, fino alla loro estinzione, i dati indicatici dei Crediti».

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